venerdì 2 gennaio 2026

UN BEL GIOCO


PREMESSA - LA TEORIA DI NICK BOSTROM

   È  possibile che la spiegazione delle incredibili coincidenze nelle leggi della natura sia che non si tratti per niente di coincidenze.
   Nick Bostrom, direttore dell'Istituto sul futuro dell'umanità dell'Università di Oxford, sostiene che c'è un'alta probabilità che il nostro universo sia una sofisticata simulazione computerizzata, una complicatissima realtà virtuale generata in un computer da una civiltà aliena molto più avanzata della nostra per scopi a noi ignoti. (Cavie? Esperimenti mirati?)
 Il programma sarebbe tanto complesso da permettere agli esseri simulati (noi, l'umanità intera) di provare sentimenti e l'illusione del libero arbitrio. Di tanto in tanto, però, alcuni errori nel codice produrrebbero degli eventi inattesi, o inspiegabili (come per esempio i miracoli, o le apparizioni di Ufo), oppure sarebbero gli stessi controllori della simulazione a
inserirli di proposito per studiare le nostre reazioni.  Il racconto si ispira a tale teoria.     

***

 Il bambino era ipnotizzato dallo schermo, assorto nel suo magnifico gioco, al computer. Da mesi ormai lavorava a quel complicato intreccio, ed era soddisfatto dei risultati.
"Una bellissima simulazione", commentò il padre rivolgendosi allo psicologo, "eppure strana!"
"Strana? oggi tutti i bambini giocano a progettare mondi, questo software è diffusissimo!"
" Certo, ma le fantasie di mio figlio hanno partorito situazioni di estrema violenza, ingiustizie, illogicità estese e ripetute…” Sospirò a questo punto il bravo papà, per riprendere subito dopo:
”Anche se devo riconoscere che questo suo mondo irrazionale ha un grande fascino!" 
 "Non si preoccupi", lo rassicurò lo specialista, "basterà interrompere il gioco e distrarre un po’ il ragazzo. Le consiglio di partire insieme per un bel viaggio e sono certo che al ritorno i passatempi di suo figlio rientreranno nei canoni di razionalità ed equilibrio, come per tutti i suoi coetanei".
    In brevissimo tempo il papà premuroso organizzò un viaggio straordinario, in giro per il pianeta, con tappe nei luoghi più suggestivi e le attività più divertenti. Il ragazzino accolse la proposta con entusiasmo.
Poco prima della partenza il padre si rivolse al figlioletto: "E allora? Dai, interrompiamola questa simulazione, spegni il computer!"
   Mentre lo diceva sentì uno strano magone, un senso di vuoto alla bocca dello stomaco, un'emozione nuova, indefinibile, che gli attraversava le membra: non avrebbe più visto, come era accaduto tante volte sbirciando il computer del ragazzo, quell'assurdo cielo azzurro e quella immensa distesa liquida di un improbabile blu, un blu profondo, inesistente sul loro pianeta.
 Il bimbo fu docile, entusiasta della nuova esperienza che lo attendeva. Spense subito e alla fatidica domanda “vuoi salvare?” rispose per la prima volta da tanto tempo (un tempo lunghissimo, quasi un’eternità, ma si sa, tutto è relativo!) con un “No”, convintissimo. Lo schermo precipitò in una voragine buia e vuota. E tale sarebbe rimasto.

***


Due innamorati sulla spiaggia di Procida prendevano il sole, abbracciati, godendo del tepore lieve delle prime ore di un limpido pomeriggio di settembre.
 Un leone affamato era sulle tracce di una gazzella in un caldo pomeriggio africano.
Un monaco tibetano osservava il Sole farsi largo fra i picchi innevati, che scintillavano ai suoi bagliori dorati, sempre più rossastri per l'approssimarsi del tramonto.
   Dall'altra parte della Terra un anziano giapponese guardava pensieroso la falce della Luna apparire alle spalle del monte Fuji.
 Nelle foreste del Borneo le urla delle scimmie squarciavano la notte.
 Tutti erano inconsapevoli.
 Bastò un "click" e nulla fu più, o meglio, da quel momento in poi NULLA FU MAI STATO.

 

 


 

sabato 29 novembre 2025

IERI, OGGI E DOMANI


Roma, A.D. 1.013 d.C.

La ragazza era bellissima: capelli neri, incarnato bianchissimo, grandi occhi da cerbiatta color nocciola. Il suo nome era Eugenia. Suo padre era un povero fattore al servizio di una nobile famiglia e la giovane era condannata ad una vita da serva, una quasi schiavitù, nelle grinfie di una padrona capricciosa ed arrogante. 

- Non se ne parla proprio! Pensava, convintissima, la bella e volitiva Eugenia. Aveva ereditato il carattere energico da sua nonna Mnemosine, bellissima anch’essa e spesso additata come strega. Intanto, il suo amato Ermes si sarebbe sposato di lì a pochi mesi e lei era disposta a tutto, ma proprio tutto per farlo innamorare perdutamente di lei e far sì che il matrimonio andasse a monte!

Immersa in questi pensieri Eugenia s'incamminò nel boschetto un tempo dedicato alla dea Venere, così come le era stato indicato dall'amica Eufrosia che aveva avuto un problema analogo e lo aveva risolto brillantemente riuscendo a sposare un capitano della guardia. Nella boscaglia la fanciulla si fece guidare solo dal sottile fil di fumo che usciva dal comignolo di una vecchia casa, la sua destinazione.

La casetta era isolata ed anche parecchio malandata. Era situata in un luogo un po' lugubre: stormi di corvi volavano bassi e si posavano sui rami degli alberi accanto alla catapecchia. Il miagolio di una gatta in calore rompeva il silenzio di quel bosco stregato. Era una gatta nera, cieca ad un occhio: senz’altro una creatura del demonio.

Eugenia non era il tipo da farsi intimorire per così poco: la intimoriva (anzi, a dir il vero la terrorizzava) di più il suo triste futuro e doveva far qualcosa per cambiarlo. Urgentemente.

Non ebbe esitazioni ad entrare nella baracca e si trovò al cospetto di una vecchia davvero spaventosa: i capelli bianchi arruffati dovevano essere ricettacolo di parassiti d'ogni genere, il viso era terreo, gli occhi sporgevano asimmetrici fuori dalle orbite ed un grosso naso bitorzoluto dominava la scena del suo volto.

-Vieni carina, cosa mi hai portato? Disse l’anziana donna, con una voce dal tono melenso.

-Signora- Rispose Eugenia - Le ho portato tutto ciò che avevo: dieci uova appena deposte, quattro belle forme di cacio, ben stagionato, e...ed anche questi monili che ...che...insomma che ho trovato in casa della mia padrona...le piacciono?

-Oro?

-Sì, sì

-Benissimo, mi piacciono tanto! Sghignazzò la vecchia, mostrando una dentatura a dir poco approssimativa.

-E il resto, tutto l'occorrente, lo hai portato?

-Sì signora, come mi ha detto la mia amica Eufrosia: il mio sangue mestruale, capelli di lui, ehm...pipì del mio amato! Sta tutto qua!

-Ah, benissimo, mi metto subito all'opera. In poco tempo il filtro d'amore sarà pronto!  Buttò in un pentolone che già ribolliva nel caminetto tutti gli intrugli portati dalla fanciulla, vi aggiunse sangue di piccione appena sgozzato, ali di pipistrello ed escrementi di corvo, indispensabili per la buona riuscita della pozione.

Poi aggiunse:

-Mentre aspettiamo, vediamo cosa ti riserva il futuro...

La vecchiaccia era una veggente bravissima, non sbagliava mai!

Eugenia le porse la mano e la donna la esaminò con cura, poi corse fuori e ritornò dopo poco con un grosso topo.

-Le viscere dei ratti sono infallibili- Esclamò convinta.

Squartò il topo e frugò a lungo nelle frattaglie puzzolenti che poi ripose, per conservarle gelosamente, in una ciotola: sarebbero certamente tornate utili!

-Benissimo mia cara, tutto andrà in porto, ma devi seguire alla lettera le mie istruzioni. Il tuo amato dovrà bere la mia pozione per tre giorni consecutivi, mattina e sera, e nel giro di tre mesi al massimo s'innamorerà di te e ti sposerà, anche se sei povera! Vivrete a lungo felici e  avrete sette figli, quattro maschi e tre femmine. Ecco, sta scritto tutto qui! 

Lo sguardo della fattucchiera sembrò addolcirsi, e aggiunse:

-Mi sei simpatica e ti voglio fare un omaggio, sperando che ti ricorderai di me anche in futuro.

Così porse a Eugenia due preziose ampolle e continuò: 

-Quella rossa contiene il filtro d'amore, quella gialla contiene una pomata, fatta con ingredienti rarissimi come  bile di gatta nera in amore, che dovrai passare sul viso tutte le sere: così diventerai la più bella del mondo!

Eugenia, un po' stordita ed anche un tantino disgustata, uscì dalla capanna con le due ampolle e tornò a casa con un’iniezione di  fiducia. Era certa che avrebbe raggiunto il suo scopo.

 

Roma, Anno 2019 d.C.

Romina, incerta, si guardava allo specchio. Non sapeva se indossare la minigonna rossa o il fuseaux blu con quella maglietta scollata a righe che le piaceva tanto. Alla fine optò per la mini con un top bianco, faceva caldo e poi aveva belle gambe, lunghe e abbronzate.

Avrebbe fatto colpo.

Naturalmente, prima di uscire, consultò su internet  l'Oroscopo di Mario Box, un vero mago! Le notizie erano ottime: giornata eccellente per il Sagittario, soprattutto in amore...se poi avevi l'ascendente in Toro, la Luna nella Vergine e Plutone nella Quinta Casa era proprio l'ideale: la giornata perfetta! E poi, c'era Venere nei Pesci, una meraviglia davvero per le relazioni amorose! Solo Giove era un po' dissonante ma avrebbe influenzato solo le finanze, roba da poco! Così acquistò fiducia.

Informò il mondo del suo stato di grazia: “Finalmente una bella giornata.” Scrisse sui social.

Aggiunse 15 punti esclamativi, un cuoricino azzurro e uno rosso, una faccina sorridente, due soli e tre stelline, così  i suoi 4927 contatti avrebbero saputo che stava uscendo di casa, e tra di essi c’era anche LUI. Naturalmente allegò il link che riportava le notizie del suo oroscopo perfetto (Anzi “xfetto”).

Si truccò accuratamente, indossò scarpe aperte con tacchi a spillo e controllò se aveva abbastanza soldi nel portafoglio. Doveva assolutamente passare in profumeria per acquistare i nuovi prodotti di  bellezza, di ultimissima generazione. Aveva già 28 anni e le prime rughe avanzavano. Era incerta però: le avevano consigliato due tipi di prodotto, entrambi nuovissimi e molto efficaci. L'uno a base di siero di vipera, l'altro di bava di lumaca.

 

Base lunare Altan3, Anno 3015 d.C (anche se d.C. nessuno sa più cosa significhi)

KK6 era un’androide di sesso femminile. Molto graziosa, aveva il compito di svolgere calcoli e misurazioni ma la tecnologia avanzatissima con cui era stata progettata, sfruttando autentico DNA umano, le forniva anche una sensibilità speciale. Tanto speciale che un piccolo difetto di fabbricazione non ne inibiva sistematicamente le emozioni, come era giusto e normale che fosse. Insomma si innamorava spesso, a modo suo. Era un’anomalia, a lei piaceva tanto anche se sapeva bene di non doverne parlare a nessuno. In quel momento il suo preferito era l’androide YY7, bello, alto e muscoloso. Gli androidi di sesso maschile difficilmente subivano alterazioni della personalità programmata eppure lei sentiva di dover tentare qualcosa. Nulla era impossibile.

Si incamminò fuori della base seguendo le indicazioni di una sua compagna che da poco era stata “spenta”  perché dicevano fosse difettosa, proprio come lei, avviandosi verso un accampamento di profughi titaniani, isolato e ben controllato. Aveva saputo che si trattava di una specie dai poteri soprannaturali e per questo emarginata dalla comunità. Naturalmente il tutto avveniva in gran segreto, pena le temutissime epurazioni.

Portò con sé un sacchetto di polvere di platino 190, preziosissimo, per il pagamento della prestazione.

Seguì con mille precauzioni il percorso indicato fino a giungere al cospetto della persona speciale che  l’amica le aveva  raccomandato. Di lei si raccontava che conoscesse tutti i segreti dell’Universo e sapesse tutto anche sulla strana pratica degli antichi terrestri, chiamata “sesso”, di cui nessuno poteva parlare ma che suscitava tante curiosità. Veniva considerata la causa di tutti i mali e della distruzione pressoché totale del pianeta blu, il più bello del Sistema Solare.

Quando KK6 giunse al cospetto della maga titaniana si accorse che più che una persona appariva come un cumulo di marmellata di fragole dai movimenti goffi e faticosi. I numerosi occhi erano affogati nella melma rossastra ed emanava un odore nauseabondo di idrocarburi, ma, nonostante l’aspetto a dir poco bizzarro, seppe subito comunicarle fiducia. 

-Vuoi un filtro d’amore , carina?

- Come fai a saperlo? Sei davvero una veggente!

- Qua vengono tutte per lo stesso scopo, è facile indovinare!

- Allora? Chi vuoi conquistare? Umano, androide, venusiano o addirittura uranicondo?

-Androide, un meraviglioso androide che sembra un dio!

-Allora, vediamo un po’!

La marmellata vivente iniziò a frugare in una serie di contenitori di gelatine variopinte sistemate alla rinfusa su un’altissima scaffalatura insieme ad ogni tipo di macchinario. Centinaia di luci colorate lampeggiavano: la maga pigiò un pulsante color amaranto producendo un lungo sibilo, così si aprì uno sportellino da cui sbucò un animaletto peloso dai denti aguzzi.

-Lo strapazzerò soltanto un po’- Così dicendo iniziò a premergli sulla pancia fino ad ottenere un bel mucchietto di escrementi azzurri. Fece lo stesso con un lucertolone viola procurandosi del vomito rosa, ci sputò sopra e mescolò gli ingredienti con la sua saliva giallognola. 

-Il gioco è fatto! I tuoi sogni saranno realizzati!

Così disse tirando fuori da un essiccatoio a raggi epsilon una polverina brillante, fabbricata dal trattamento dell’intruglio preparato.

-Dovrete cospargervi entrambi di questa polvere e così tutte le notti vi terrete per mano e guarderete le stelle avvertendo uno strano rimestìo interno, ebbene,  quello  è l’amore. Una dose aggiuntiva, se siete soggetti predisposti, vi porterà a fare la famosa cosa proibita che inizia per s…Attenzione mi raccomando, la punizione per chi viene scoperto è l’immediato spegnimento! Ma ti assicuro che ne varrà la pena!

Così KK6 si allontanò in fretta con il  prezioso materiale provando in seno una strana euforia, una sensazione che richiamava molto lo stato che le avevano descritto come “felicità”.

 


mercoledì 4 dicembre 2024

ALFREDO

 La storia che mi accingo a raccontare non è propriamente autobiografica anche se mi riguarda intimamente e per il famoso “effetto farfalla” riguarda tante persone che mi circondano. Ai protagonisti non è stata data l’opportunità di scegliere o di ritornare sulle proprie scelte, di stabilire cosa fosse giusto o ingiusto. In questo caso parlerei di caso o destino, qualcosa di ineluttabile da cui dipende la vita di ognuno di noi.

........

  Si chiamava Alfredo ed era napoletano verace, anche se nato in provincia di Salerno, in un paesino al confine con l’Irpinia, secondo di tre fratelli. Abitava a Napoli da sempre, in uno dei vicoli che dalla zona del centro si arrampicano verso il corso Vittorio Emanuele. Una zona di confine, in una città dove i confini sono sempre stati ovunque.

  Di lui oggi conservo tante foto in bianco e nero, una lettera, alcuni cimeli. Tra le fotografie, contenute in una vecchia scatola di latta, ce n’è una che lo ritrae da bambino nel cortile della scuola De Amicis , all’interno di una scolaresca variegata in cui si distingueva, senza grembiulino, per il suo sguardo da adulto, di sfida ma anche tenero e dolce. Probabilmente era stato uno scugnizzo, uno dei tanti. Un ragazzino che viveva in strada giocando a pallone e facendo a botte.

Il maestro nella foto ha uno sguardo un po’ truce, freddo, anche per gli occhi molto chiari, ma pareva non fargli alcuna paura. Eppure era molto severo e soleva educare i bambini a suon di bacchettate.

   In un’altra foto infantile era in villa comunale con il fratelli: Vittorio, di poco più grande e Angelo, in un passeggino, piccoletto, dai riccioli biondi.

....

  Era una delle solite giornate torride in Libia. Calore, sabbia e polvere da sparo: un miscuglio che gli ottundeva i polmoni da giorni. Insieme alla paura, che era diventata una compagna inseparabile da mesi ormai. Ne aveva viste di tutte, orrori derubricati a normalità, a stato delle cose.

  Era nel mezzo di una guerra, e come tale orribile, sporca, ingiusta e cattiva. Alfredo lo sapeva bene, non aveva granchè studiato ma il cervello lo sapeva far funzionare. Molto bene. Per questo, il suo innato senso pratico concluse che era importante sopravvivere, poi il peggio sarebbe passato e avrebbe realizzato tutti i suoi propositi.

  Era un bel ragazzo, tutti gli dicevano che somigliasse ad un famoso divo di Hollywood, Glenn Ford; le donne non gli mancavano ma lui ne aveva una soltanto nel cuore: la sua Maria, a cui scriveva lettere d’amore ovunque si trovasse in quegli anni disgraziati che suo malgrado lo avevano portato a girare il mondo. Povertà, solitudine, paure, venivano tutte cancellate dal ricordo di due occhi nerissimi, delle labbra rosse e i capelli corvini di una ragazza semplice, nata a  Mergellina, oltre quel mare che ora percepiva come nemico, come barriera che gli bloccava sogni e desideri.

  Quel giorno si parlava di grandi novità: lo sbarco degli alleati, l’8 settembre, la rivolta della sua Napoli;  la confusione era davvero tanta. Gli alleati diventavano nemici e quelli che erano dall’altra parte, nemici giurati fino al giorno prima, improvvisamente alleati. Ma le notizie erano confuse. Alfredo capì soltanto che sarebbe tornato presto a casa e la cosa lo rendeva euforico. Ripensò ai pericoli scampati, a quante volte era stato sul punto di perdere le speranze. Ora pareva che davvero qualcosa si stesse smuovendo.

  Non gli erano mai stati simpatici i vecchi alleati, i tedeschi,  ed anche per gli inglesi non nutriva una spiccata simpatia. Lo intenerivano le vittime, gli abitanti di quelle terre oltre il mare ricchissime di risorse, che gli uni e gli altri si proponevano di spremere all’osso. Così sarebbe stato Alfredo, per tutta la vita: sempre dalla parte dei più deboli, sempre a difendere chi vedeva calpestati i diritti elementari. La guerra lo prendeva di striscio, non odiava nessuno e cercava di usare le armi il meno possibile.

 Si beccò un paio di pallottole comunque e lo ricoverarono per qualche mese, sottraendolo a più cruente esperienze che lo avrebbero privato di alcuni commilitoni, amici più che altro.

  Fu ferito mentre trasportavano viveri su una camionetta attraverso il deserto. Fu un agguato che falciò letteralmente una fila di soldati seduti da un lato e che fecero scudo, coi loro corpi, alla fila di fronte dove sedeva Alfredo. Un puro caso. Se li vide morire addosso quei compagni e tante volte negli anni raccontò di quell’esperienza, che arricchiva ogni volta di dettagli, particolari, descrizioni minuziose. Tra i caduti Aldo,un barbiere di Bergamo, fissato con il biliardo e Salvatore di Roma, accanito scommetitore di cavalli. Li faceva rivivere quei personaggi nei suoi racconti, come se le loro immagini si fossero stampate come fotogrammi fissi nel suo cervello.

E poi c’era il deserto, il caldo, l’arsura.

 Conservo foto anche di quel periodo: in una era in gruppo, con una dozzina di compagni, immortalati in un ospedale da campo, alcuni pieni di fasciature ma tutti con un bicchiere in alto a brindare agli eventi del momento ed a ciò che sarebbe stato una volta ritornati in Italia.

  Federico, un amico e compagno di quei giorni era l’unico interlocutore con cui riusciva a discutere, a parlare del futuro senza farsi condizionare da un presente non certo roseo. Entrambi avevano una visione nel complesso ottimistica, entrambi amavano una donna che avrebbero voluto come compagna di vita, con cui procreare, per avere figli e nipoti a cui raccontare quelle avventure. Alfredo ne avrebbe avuto occasione, Federico no, perchè il caso, o il destino, non guarda in faccia a nessuno e decide da solo, indipendentemente dalle aspettative e dalle speranze.

Intanto era arrivato il giorno fatidico.

Si partiva, si tornava a casa, l’entusiasmo era alle stelle, le ferite neanche bruciavano più, si erano cicatrizzate all’istante. Nell’aeroporto militare partivano a ripetizione i velivoli che avrebbero ricondotto i soldati in Italia. L’organizzazione era approssimativa, non si contavano i posti disponibili, gli aerei venivano riempiti finchè restava spazio. Era un fuggi fuggi, un arrembaggio, ma tutti erano felici. La guerra era agli sgoccioli.

Poi ci sarebbe stato il “dopo” pieno di progetti ma anche di incognite.

Un dopo che sarebbe stato lungo e faticoso. Alfredo avrebbe ripreso gli studi di geometra , si sarebbe diplomato e lo avrebbero assunto in un’azienda dove sarebbe rimasto fino alla pensione. Avrebbe sposato, dopo un po’ di anni la sua Maria e avuto una figlia.

-Alfredo fai presto, sbrigati, l’aereo è quasi pieno!

 Urlava Federico in quella mattina assolata.

  Alfredo nel fervore delle ultime cose si era attardato. Aveva una serie di bagagli, cimeli, ricordi, tra cui un grande tappeto che avrebbe campeggiato per anni e anni come arazzo sul muro del salotto di sua madre Modesta, monili che le donne del luogo gli regalavano in cambio di cibo. Molti regali per Maria, come di ritorno da una vacanza. Ma lui era così e quei giorni terribili e drammatici li avrebbe ricordati per la vita intera e non solo in negativo.

 Aveva conosciuto realtà che ignorava, realtà dolorose, terribili e aveva cercato nel suo piccolo di portare aiuto a qualcuno che ne avesse bisogno.

Così quella mattina attardandosi perse l’aereo e potè salutare l’amico Federico solo da lontano, ripromettendosi di andarlo a trovare, nel paesino in provincia di Avellino dove abitava, e di cui aveva conservato con cura l’indirizzo.

Salì sull’aereo successivo e arrivò a destinazione, nella sua Napoli.

Quell’aereo partito poco prima del suo cadde, fu abbattuto dalla contraerea tedesca e morirono tutti i passeggeri.

Giorni dopo ci andò lo stesso nel paesino di Federico, a salutare la madre e a portarle le condoglianze. Si trattenne a raccontare le loro vicende, storie di guerra e di amicizia. Piansero entrambi.

Una storia come tante, che Alfredo raccontò tantissime volte, ogni volta in modo diverso, con qualche particolare in più che gli riaffiorava alla mente, qualche volta sorridendo, più spesso con una nota di commozione sul volto e nella voce.

.....

Alfredo era mio padre. E se quel giorno non avesse ritardato e perso l’aereo io non sarei qui. Non ci sarei neache se su quella camionetta avessero sparato ai soldati della fila opposta. Non ci sarebbero i miei figli, nè mio nipote. Non so dove nè cosa sarei, dove sarebbero i miei atomi, la mia coscienza. Forse per l’economia generale dell’universo non sarebbe cambiato nulla, per me e per le persone che mi sono care, sarebbe cambiato tutto.

Sono domande che mi faccio spesso ma non trovo risposta , perchè non c’è risposta: la cosa mi inquieta, non poco.

Nella vita abbiamo tante possibilità di scegliere per decidere il nostro destino, alcune volte facciamo scelte palesemente sbagliate, altre scegliamo senza neanche rendercene conto.

 Mio padre non scelse, fu il destino a scegliere per lui, e per me. Quel che è certo è che, se le cose fossero andate diversamente, non avrei avuto una seconda occasione per venire al mondo.

© Silvana Maroni





IL PRIMO NATALE

 “È una festa ipocrita”

“Il Natale?”

“Certo, tutto questo volemosebeneatuttiicosti non ha senso se per il resto dell'anno...”

“Dai, non cominciare con questa solfa, lo sai che serve, è utile…”

“Serve?”

“Ma sì, per i bambini soprattutto, loro sentono l'affetto, il calore, l’aggregazione. La religione c'entra poco.”

“Su questo sarei d'accordo, ma solo sull'ultimo punto. Chiama i bambini, dai usciamo, c'è la festa del Presepe vivente in Chiesa. Andiamo, ma solo per loro, sia chiaro.”

...

  Era la sua missione più importante, sarebbe diventato un vero eroe, venerato da tutti. Ricordò gli immensi sacrifici che l'avevano portato fin là, a sbarcare da un aereo in quella terra nemica, straniera, che gli avevano insegnato ad odiare più d'ogni altra cosa al mondo, travestito lui stesso da straniero.

 Il mondo gli scivolava intorno in mille fotogrammi sconnessi, mescolati ai ricordi di un'infanzia negata. Era un film privo di nessi logici, fatto di immagini slegate, contraddittorie, quasi sempre violente, mostruose. Un orrore necessario, lodevole, che avrebbe conseguito il giusto premio.

  Come per suo padre, che ora abitava lassù, nel Paradiso degli eletti. Anche lui era sulla strada della gloria eterna. Aveva ucciso il primo uomo a soli otto anni: un nemico, un cane infedele che non meritava di vivere. Ne ricordava il rantolo, il fiume di sangue che gli usciva dalle vene, gli occhi vitrei. Alla morte ci si abitua, alla fine non fa più effetto.

  Era stato un “Cucciolo del Califfato”, solerte, sempre ligio ai doveri, alla filosofia improntata all’odio e alla morte che gli era stata inculcata, e ora si trovava proprio nel cuore di quel mondo straniero, luccicante e colorato, falso e ingannatore come il peccato. Un mondo da distruggere, sgretolare, ridurre in polvere.

Era lì per questo, continuava a ripeterselo.

  Ma quando entrò nell'immenso edificio sormontato da una cupola preziosa, dipinta e intarsiata di meraviglie, fu investito da una marea di emozioni contrastanti, contraddittorie, confuse.

L'odio che gli avevano instillato negli anni, goccia a goccia, stentava a venire fuori, mentre si faceva largo lo stupore, un’onda di palpiti irrefrenabili  provocatagli da tutta quella bellezza. I colori sfumati, i suoni, gli effetti di luce attraverso le altissime vetrate ricamavano nell’aria una sensazione paradisiaca, tutt'altro dal grigio piombo delle armi e dei carri armati a cui era ormai assuefatto, come se non esistesse altro al mondo oltre al non-colore degli strumenti di morte.

  Quella gioia che lo circondava gli era sconosciuta, così come l'entusiasmo, la dolcezza, la magia di una festa misteriosa. Se fosse pure stata eretica e blasfema poco importava. Le risate e i sorrisi risuonavano nello spazio smisurato dell'antico luogo di culto. Gli si stava schiudendo un universo fatto di gente dal sorriso aperto, di volti scoperti e solari di donne giovani e anziane, belle nella gentilezza e nell'imperfezione.

Belle come la pace, come la vita.

Belle come ricordava bello il volto di sua madre, le rare volte che lo aveva visto per intero, confuso in una pioggia di lacrime e ricordi sfocati.

“I maschi non piangono mai.” Si disse quando la vide morire.

Non pianse mai più, ma ora il groppo che sentiva nella gola presagiva un diluvio.

Fu allora che gli passò davanti, lucido, tutto quel passato che risuonava di orrore e disperazione:  i compagni saltati in aria, spietate bombe umane seminatrici di morte, le esecuzioni, le teste insanguinate degli infedeli che rotolavano come palloni da calciare via, il fragore dei proiettili, lo sguardo doloroso delle donne della sua famiglia, inguainate in prigioni nere di stoffa. Tutte con gli stessi occhi tristi, rassegnati, spenti.

   Lo avevano istruito per bene, un lavaggio del cervello iniziato da piccolo con armi vere al posto dei giocattoli. La mira perfetta, esercitata per anni, il senso del pericolo costantemente presente. Era così da un'eternità: sottratto alla famiglia a soli cinque anni, da quando il padre era saltato in aria portando cento anime con sé ed era stato assunto alla gloria degli eroi di cartapesta.

Mai frequentato una scuola vera, amorevole, inclusiva. Solo letture di testi sacri, debitamente epurati di ogni messaggio di pace e amore. Anche l'aritmetica era tutta un sommare e moltiplicare di armi e pallottole. Calcoli per stabilire quanti nemici si potevano uccidere.

E poi botte, torture per chi provava pietà ed esitava a sparare, anche se  per un attimo.  Come quando aveva visto degli occhi che imploravano pietà e si era intenerito.

 No. Non ce n'era per nessuno, nè pietà nè misericordia.

 Ancora portava addosso i segni indelebili delle punizioni per quei tentennamenti.

Educato all'odio per l'occidente blasfemo e corrotto, a soli quindici anni era pronto a tutto. Cotto a puntino, i pensieri di morte avevano travalicato e seppellito tutti i sogni di adolescente, anzi, quelli neanche avevano avuto modo di nascere.

Ma adesso...i cori, le luci, il vociare sommesso e allegro. L'aria di festa si toccava, si respirava, scivolava fra le dita prendendo corpo in quel luogo incantato.

  Era entrato nell'antico edificio travestito da Babbo Natale, pronto a lanciare l'urlo fatidico, proprio nell'istante in cui si alzava il coro degli angioletti. Aveva provato tante volte, si era esercitato ed era tale lo stato di esaltazione che fino ad un attimo prima gli sembrava di non veder l'ora gridare al cielo quell'invocazione di morte.

La grossa pancia rossa era imbottita di tritolo. Ma non aveva fatto i conti con quella mescolanza di emozioni, quel senso di bontà e di comunione che si respirava, con la gioia e lo stupore dei bambini e degli anziani che subito lo circondarono, con l'aria lieve e colorata di quel giorno di festa.

  Non resse a quel muto bombardamento di emozioni, scappò via lontano : si trasformò in una scheggia impazzita scomparendo tra la folla delle strade vestite a festa, in un baleno. In uno spiazzo isolato gettò via il pancione rosso ripieno di morte, che esplose confondendosi col rumore coloratissimo dei fuochi d'artificio: non avrebbe fatto del male a nessuno, non più.

Scappò via pur sapendo che  i “suoi” lo avrebbero cercato e punito. Nel peggiore dei modi. Ma sapeva correre e nascondersi. Gliel'avevano insegnato proprio loro. Trovò un coraggio nuovo per liberarsi da antiche catene.  

Esisteva un altro mondo, lo aveva appena scoperto.

La gente in Chiesa non capì nulla. “Il solito pazzo”, era l'ipotesi più accreditata che circolava.

“Stavolta almeno c’è un imprevisto!” Disse qualcuno.

“Siamo alle solite, queste feste inutili e chiassose attirano solo ladri e mendicanti!”

“Sarà stato un clandestino, ha visto troppa gente ed è fuggito”

Invece stavolta il Natale era davvero “servito”, andando ben oltre l'ipocrisia e il romanticismo di facciata. Oltre la religione.

Quel ragazzino pazzo per la prima volta si era sentito libero, e gli era bastato un attimo per decidere che era disposto a tutto pur di restarvi.

Fu il primo Natale della sua vera vita.

© Silvana Maroni



PASQUALE ESPOSITO, BARMAN

   Eccomi qua, in un treno diretto a Sud. Destinato ad un percorso inverso rispetto ai miei genitori che trent’anni fa migrarono al Nord, dove sono nato io, 19 anni fa. In provincia di Trento, fra le montagne più belle del mondo.

  Ora sono diretto al mare più bello del mondo, ma ancora non sono convinto. Napoli è una città caotica, sporca,  la gente urla sempre, sono preoccupato. In questi giorni ci sono anche tante scosse di terremoto, non mi sento sicuro, è una terra instabile, capricciosa.

   A dire il vero tifo Napoli come il mio papà, quindi un legame con la città ce l’ho. Lui mi parla sempre di Maradona. Ora è diventato una specie di dio, ma forse lo è sempre stato, a vederlo giocare.

L’anno scorso per lo scudetto hanno festeggiato per sei mesi, certo, sarà stato bello.

   Zio Tonino mi ha rassicurato, Napoli è migliorata, è piena di turisti, molto più pulita, dice che mi troverò bene. Speriamo.

Devo fare la gavetta, così mi dicono tutti. Quando sarò diventato davvero bravo, allora potrò anche andare a Las Vegas dove i barman guadagnano anche mille euro a serata. Mille euro!

  E’ stato buono zio Tonino, mi ha aiutato; con questo diploma dell’istituto alberghiero cos’altro avrei potuto fare? E’ vero che sono bravo, ho avuto sempre buoni voti, ma non ho mai lavorato. Una cosa è preparare cocktails a scuola per finta, una cosa è aver a che fare con le persone.

Solo che, ora sono proprio le persone che mi preoccupano. Qua parlano sempre, vogliono chiacchierare di continuo.

 E poi c’è un’altra cosa: il caffè.

Il fatto è che a Napoli il caffè è una specie di dio, come Maradona. C’è un rituale preciso per prepararlo, a casa e al bar, e ne prendono di continuo. Chissà quanti ne dovrò fare! Certo, imparerò!

Prendono il caffè per parlare, per litigare, per fare pace, per passare il tempo. Sarà per questo che urlano tanto e gesticolano, la caffeina li rende nervosi.

Devo imparare bene tutti i passaggi per prepararlo e servirlo. Devo ricordarmi sempre di tutto, stare attento.

Il bicchiere d’acqua insieme al caffè, innanzitutto, che è pure gratuita, sempre. Dice zio Tonino che l’acqua è come l’aria e non si può far pagare per respirare. Certo, è giusto.

E poi quella storia della coda di zoccola, mannaggia a me e a lui! Lui dice che il caffè deve uscire dalla macchinetta del bar prima a gocce e poi in un filo sottile, proprio come la coda di un topo, la zoccola appunto. E per non più di trenta secondi.

Sono agitato, a scuola queste cose non ce le dicevano.

E ci sta pure un’altra  storia, quella del “sospeso”. Si deve sempre annotare, se qualcuno offre un caffè a chi non ha i soldi e viene dopo. Questa però è una bella cosa, è come dimostrare amicizia per tutti, anche per gli sconosciuti. Ma pure bisogna ricordarsela!

Sono arrivato!

NAPOLI - PIAZZA GARIBALDI

Eccomi qua, comincia l’avventura. Vedo zio Tonino che mi aspetta, meno male! Ci sta pure zia Concettina, sono affettuosi, e mio cugino Salvatore che pure lavora nel bar. Tutta la famiglia!

   -“Ciao, bello guagliò, comme staj? Vedrai che ti troverai bene qua. Hai fatto buon viaggio? Hai mangiato?”

      -“Ciao zio, ciao zia, sì è tutto a posto!”

     -“Jamm bellu guagliò, (Andiamo bel ragazzo) ti ambienterai presto, non ti preoccupare, hai sangue partenopeo nelle vene! Ma prima di tutto andiamoci a prendere un bel caffè, al bar della stazione, poi ti spiego tutto.

Sediamoci al tavolino, sarai stanco, e poi il caffè si prende con calma, senza fretta.”

Stiamo attenti a seguire le regole, sempre.”

     -“Le regole si, zio, le ripasserò”

     -“Il bicchier d’acqua, da bere prima del caffè, mai dopo, per pulirsi la bocca e assaporare meglio il gusto.

Poi assicurarsi che il caffè abbia le tre C,  le conosci Pasqualì?”

      -“No zio,”

      -“Ci sono due scuole di pensiero: quella più seria che ti dice : Caldo, comodo e carico, perchè il caffè vero deve essere ristretto, solo se te lo chiedono lo fai lungo!

E l’altra è in dialetto e dice: Comme cazz coce (come cavolo scotta!) perchè il caffè deve essere bollente!

Ah, dimenticavo, per il barista la regola più importante è: deve scendere a coda di zoccola! “

      -“Sì questa la sapevo”

      -“Siamo pronti?”

      -“Sì zio, ( più o meno)”

Pasqualino tra sè:

-“Mamma mia, non è che il caffè mi farà agitare ancora di più?

Però, che profumo, e devo dire che è davvero buono!”

© Silvana Maroni

 


giovedì 23 maggio 2024

VESUVIO

 VESUVIO

M’inerpico sulle pendici glabre

striate di muschio e macchiate di ginestra.

Mi accoglie la roccia nera,liscia, lunare,

ancora ardente di pura bellezza.

Seguo la curva che si staglia sull’azzurro,

con forme diverse, dagli angoli del golfo,

sul ciglio del baratro inciampo nel passato.

Qui popoli combattevano col fuoco,

scommettevano sui venti

si rifugiavano in mare

per sfuggire alla furia feconda dello sterminatore.

Oggi meta incantevole

cela velate minacce

che accrescono la magia

dei luoghi antichi intagliati nel tufo,

del terreno fertile, di piante che spaccano la lava.

Degna cornice per chi da sempre combatte

e vive sul ciglio dell’ignoto.

Dove tutto può accadere,

dove la vita scorre giorno su giorno

e il futuro si mescola all’azzurro:

incerto, mutevole,

 come mare e cielo

a primavera.

© Silvana Maroni





 

lunedì 13 maggio 2024

A SCUOLA

 -Bambini, commentiamo la storia di Ulisse?

(Mi aspetto le solite domande: dove, chi, quando, perchè. Speriamo che Adele partecipi, è sempre taciturna)

-Cosa vi ha colpito? Avete domande?

-Prof,  il viaggio, le disavventure mi sono parse un po’ esagerate, non arrivava mai! Mio padre col motoscafo...

-Paolo, non esistevano i motori, si viaggiava a vela e a remi, e poi è volutamente esagerato, per mostrare le difficoltà della vita, che si superano grazie alla volontà e all’intelligenza...

(Figuriamoci se questo non tirava in ballo il padre e le sue ricchezze...)

A me ha colpito il racconto delle sirene, dicono che abitavano dove vado al mare in estate...

-Sì certo Adriana, è un mito.

(Uffa non mi fa mai parlare!)

-E a te Adele, cosa ha colpito?

(Vediamo se riesco a tirarle fuori qualcosa)

Adele alzò gli occhioni blu, sempre tristi e dopo un po’, sorprendentemente, rispose:

-I mostri maestra, tutti quei mostri, esistevano davvero?

(Sì che esistevano e pure oggi, io zio Salvatore lo vedo peggio di Polifemo, mi fa paura)

-I mostri rappresentano le difficoltà, vengono identificati con fenomeni naturali, con luoghi dove il mare era sempre agitato, o soffiavano venti impetuosi.

(Meno male che partecipa)

-Sì? Quindi non esistevano?

(Non è vero, oggi i mostri ci sono, quando vedo lo zio arrivare nel furgoncino bianco ho paura, mi guarda con occhi strani, mi dice cose che mi fanno vergognare).

Suona la campanella.

-Ripassate la lezione bambini, continuiamo domani.

Fuori scuola un furgoncino bianco.

Adele:

-Maestra, le posso dire una cosa?

© Silvana Maroni