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martedì 7 maggio 2024

RISVEGLIO

 Katherine  non era del tutto sveglia, il suo corpo non rispondeva ai comandi del cervello che aveva ripreso, invece, a funzionare. Era rigida e sentiva letteralmente un fluido vitale scorrere giù per le vene, appena tiepido ma corroborante. Sapeva che per un po’ di tempo non sarebbe stata del tutto cosciente, così le avevano spiegato. La sfiorò il pensiero di un guasto improvviso all’astronave ma non volle pensarci, si sarebbe agitata. Come aveva appreso durante il lungo addestramento, fece degli esercizi di rilassamento ripercorrendo con la memoria le tappe della sua vita, fino a quella incredibile missione nello spazio.

   Con diligenza, da brava e scrupolosa scolaretta, iniziò lentamente a ricordare i trascorsi che l'avevano portata a credere nell’impresa di un gruppo di sognatori disperati, proprio come lei. Si rivide bambina in un centro d'accoglienza governativo, probabilmente ceduta da genitori poveri, imbarazzanti o corruttibili. O forse sognatori e disperati, anche loro, come aveva sempre preferito pensare.

   Eppure qualche flebile ricordo era rimasto nelle pieghe della sua corteccia: l’immagine di una donna bella e sorridente, dagli occhi scuri e i seni importanti. Una piccola casa lungo un fiume, uomini in divisa che sfilavano, armati fino ai denti. Era un puzzle incompiuto, a cui i suoi neuroni aggiungevano gradualmente elementi. In quel momento si accorse di averne di nuovi. Sorprendentemente, dopo quel lunghissimo riposo forzato altre memorie si erano stratificate nella sua mente. Ricordò per la prima volta lunghe mani ingioiellate, una montagna di banconote chiuse in una valigia nascosta sotto un vecchio letto in una casa di campagna. E ricordò il colore degli alberi, delle cascate, dei prati fioriti. Ma certamente non erano reali, Tutte queste cose non esistevano più da secoli sulla Terra e pensò che fossero il frutto della sua fervidissima immaginazione.

    Ebbe anche la sensazione di essere osservata, ma fu solo un attimo.

    La campagna era in realtà la periferia degradata di una metropoli tentacolare nei cui meandri accadeva di tutto, compresa la compravendita di esseri umani.

    Da bambina scriveva storie, su quaderni raccattati in un vecchio magazzino, con matite colorate  che temperava con un coltellino in dotazione al suo equipaggiamento. Storie fantastiche, vagheggiate, perse nella memoria e fuse con i sogni. In una di queste storie aveva una mamma e un papà e vivevano in una caverna nascosti dal mondo: era una vita avventurosa immersa in una natura viva e violenta, certamente anch’essa immaginaria. Le città infatti, erano sovrastate da cupole e agonizzavano, destinate ad una fine certa a causa della mancanza di  risorse: acqua potabile, cibo, combustibili e perfino l'ossigeno scarseggiavano.

   E poi all’esterno c'erano mille pericoli, orde di mutanti infestavano il mondo: erano esseri mostruosi che si cibavano di carne umana e devastavano ogni prodotto della civiltà; dotati di un’intelligenza superiore miravano alla conquista della Terra e soprattutto di altri mondi, visto che il pianeta dell’uomo era ormai ben poco vivibile. Diabolici e spietati, si temeva che si fossero infiltrati anche tra la popolazione delle cupole.

   Kathe sapeva che lo scopo della missione era la ricerca di  nuovi pianeti, veri eden dello spazio, future culle della specie umana. E loro erano gli eletti, i colonizzatori: scelti attraverso selezioni durissime, dal cervello ricondizionato e propenso solo al bene, da cui, come le era stato spiegato, erano state cancellate le orrende memorie che li riconducevano al loro mondo perduto.

   Sapeva che era una missione senza ritorno, affidata a qualche migliaio di umani addestrati sin dalla nascita. Tutti privi di affetti, di famiglia, di ricordi: le migliori pedine da giocare in quel viaggio senza ritorno, senza speranze, con pochissime prospettive di riuscita. Il sistema di comunicazioni con il pianeta di origine era affidato agli sviluppi di una teoria recentissima, sulla

“Persistenza della scia di luce attraverso il vuoto”, ben poco comprovata e abbastanza aleatoria. Ma era il presupposto teorico per la trasmissione e la ricezione dei dati: basata sul fatto che le onde elettromagnetiche creano un fronte che perturba lo spazio permettendo alle oscillazioni di giungere a destinazione prima della radiazione stessa, in buona parte funzionò.  

   Così l'equipaggio poteva comunicare i risultati della spedizione in tempi molto più brevi di quelli previsti dalla relatività, approfittando di scorciatoie cosmiche ben note e attraversabili anche dalla materia, quindi utili per il viaggio.

   Kathe, avvolta nella capsula protettiva, sentiva la pelle che si staccava a brandelli, una sorta di metamorfosi investiva il suo corpo: l'acqua scivolava via e con essa il bozzolo in cui era avvolta. Un involucro di fibre vegetali, una sorta di nido, costruito con tecniche raffinate, biotecnologiche.

Ricordava il mare, ma era un ricordo sfocato, sommesso, non era certa di averlo mai visto davvero.

Echi di voci indistinte, doloranti, fluivano veloci verso il percorso forzato di una memoria preconfezionata, ma che conteneva un pulviscolo sporco di verità. Le  sofferenze di una bambina alle prese con un mondo più grande di lei, dove la bugia e la verità si confondevano nel quotidiano, assolutamente indistinguibili.

  “Guarda negli occhi il mondo, dici sempre quello che pensi, rispetta le opinioni degli altri e combatti con tutte le tue forze chi non lo fa”.
  “Rispetta tutte le creature del pianeta, ama il pianeta, ama la natura per come è, senza regole anche se a volte appare crudele.” Una voce metallica ripeteva nella sua testa questi moniti.
“La natura non ha un piano prestabilito, solo gli uomini lo hanno; la natura vive di impulsi, sussulti, gemiti, ed  è lei la padrona. Come una madre ci ha accolti, ma può distruggerci con una spinta, con un soffio, con le sue lacrime confuse nella pioggia. Noi viviamo solo un attimo, nel tempo cosmico siamo meno di un battito di ciglia. Riempiamolo di vita questo piccolo momento che ci è toccato, e respiriamo questa vita fino in fondo, non lasciamo che ci scivoli addosso, presto rotolerà via comunque e le nostre tracce si dissolveranno nel vento di un nuovo autunno.”

  Erano parole scolpite nei neuroni del suo cervello, moniti, consigli, ma non riusciva ad associarli a nessuno, non umano almeno.

  Intanto la vista si schiariva, e sagome indistinte cominciavano a prendere corpo intorno a lei. Ectoplasmi che lentamente divenivano presenze reali, dai contorni definiti, di cui Kathe cominciava ad avvertire i respiri, i singhiozzi, le voci indistinte, gli odori. Ebbe una sensazione negativa, si sentì soffocare e per la prima volta provò paura, una paura irrazionale che presto si tramutò in terrore puro. Quando le sagome che intravedeva cominciarono a prendere corpo e i suoni furono distinguibili.

   Molti degli altri astronauti erano passati direttamente dal sonno profondissimo dell'ibernazione alla morte e giacevano nei loro loculi semiaperti da cui emanava un effluvio nauseabondo di carne putrefatta. Ma non tutti. C’era anche chi, risvegliandosi, si rendeva improvvisamente conto di ciò che accadeva e delle sue conseguenze.

   I recettori del suo nervo olfattivo non erano ancora del tutto attivi e neanche i coni e i bastoncelli della retina. La sua coscienza era assopita, avvolta dall'involucro ovattato dei ricordi.  Di lì a breve si sarebbe resa conto del destino che attendeva lei e i suoi compagni di viaggio, superstiti di quel “folle volo” della conoscenza e dell'arroganza umana.

   Mentre i sensi assopiti le si risvegliavano lentamente, Kathe riceveva lievi zaffate maleodoranti di carne putrefatta, fruscii di gemiti di dolore e singhiozzi provocati da conati di vomito, ma era immobilizzata nella sua capsula e non comprendeva a fondo l’orrore che la circondava. Perché per le poche decine di esseri risvegliatisi prima di lei da quel torpore paralizzante, l’unica via di sopravvivenza, l’unica risorsa per placare i morsi della fame era contenuta nei corpi ancora in vita dei compagni. Sarebbe stato così anche per lei.

   La realtà si presentò come un pugno nello stomaco. Nessuna poesia, nessun messaggio di conquista, di speranza o di amore. Ora le sfuggiva il senso profondo di ogni cosa, e soprattutto di quel folle viaggio.

   Quando Kate finalmente spalancò gli occhi sul vuoto, improvvisamente le ombre indistinte che era riuscita a scorgere presero forma: non era un bello spettacolo. C'era un tappeto di cadaveri, alcuni già decomposti e l'odore era nauseante. Ma la cosa peggiore era l’avanzare di quei corpi vivi e pallidi, miracolosamente resuscitati e famelici verso il suo loculo. Capì tutto in solo istante, e qualcosa scattò nella sua mente, un istinto da predatore implacabile, accuratamente nascosto nel suo DNA e perfettamente innestato nei falsi pensieri buoni che l’avevano accompagnata fino a quel momento: così raccolse le forze riposte in tanti anni di sonno forzato e una scossa violenta fece sussultare il suo corpo che si scagliò con indicibile violenza contro i malfermi assalitori.

   Il collegamento con la Terra era attivo, in audio e video, c’era solo un insignificante sfasamento temporale.

   Dal pianeta madre assisterono ad una battaglia tra esseri che non avevano più nulla di umano, che si strapparono a vicenda brandelli di carne viva, in una primordiale e atavica lotta per la sopravvivenza. Le immagini si chiusero, come nei peggiori “splatter” con un primissimo piano sul volto trasfigurato della donna: gli occhi fuori delle orbite, la bocca insanguinata e deformata in un ghigno sinistro.

  Dalla base terra echeggiò un coro di voci soddisfatte e concordi: “Missione compiuta!”

Erano LORO.

 L’ingente investimento economico in corpi da riprogrammare allo scopo di diffondere negli spazi quella  specie degenerata, cominciava a dare i suoi frutti e si avviava alla completa realizzazione. Avrebbero occupato altri pianeti e, forse, la galassia intera.

© Silvana Maroni

 


martedì 30 aprile 2024

GIOVE E VENERE

 Incontro di astri che splendono

nella luce incerta del crepuscolo
e si tuffano nel buio
tenendosi per mano.
Notte dopo notte
si rincorrono
si raggiungono fino a stringersi in un fugace abbraccio.
Poi fuggono di nuovo
ognuno lungo un'orbita straniera
che non appartiene all'altro,
ognuno solitario nel suo incedere nel cosmo
passo su passo
luce su luce.
Ognuno libero e lontano
da chiunque altro.
Ognuno sicuro lungo una strada
segnata dal filo invisibile della gravità.
Solo noi quaggiù li vediamo incontrarsi
e poi fuggire via
come due innamorati, presi in un gioco perverso,
eterno, ricorrente,
eppure inesistente.
Un amore che li vedrà lasciarsi e ricongiungersi
baciarsi e abbandonarsi
per poi ritrovarsi dopo anni, secoli , millenni
negli occhi offuscati di chi li osserva
per sempre uniti.
Si sa,
solo gli amori impossibili
sanno sfidare l'eternità.
S.M.

Foto marzo 2023 - Congiunzione Giove-Venere

domenica 28 aprile 2024

ASTRI

 

L'universo sussurra e grida


storie di stelle e pianeti.


Di nebulose scolpite da polveri d'oro, d'ametista, di cupo zaffiro,


di viaggi lungo solchi invisibili incisi dal tempo,


scalpello del cosmo.


Di mondi spariti in un battito d'ali.


Di mostri voraci di luce


affamati di fotoni impazziti


che vorticano inghiottiti da forze tenaci


e lasciano posto al buio più profondo.


Di montagne di gas che, nel vuoto,


creano coreografie luminose


piegate dalla gravità,


che vince su tutto.


Mille occhi di fuoco,


che dico mille, milioni, miliardi


miliardi di miliardi.


Occhi forse oggi spenti


segnano il passo del viandante astrale


e giungono, inesistenti, dopo il lungo viaggio,


a brillare quaggiù


in una vuota lusinga d'immortalitá.


S. M.

© Silvana Maroni


venerdì 19 aprile 2024

CINQUE PER CENTO

 Era la fine del mondo. L’asteroide diretto verso la Terra disegnava nel cielo scuro una scia luminosa, come la stella cometa di un vecchio Natale, il primo, quello vero. Gli strali lanciati con rabbia dal dio dell’universo sarebbero ricaduti sull’uomo e le sue colpe. La gravità attirava quella materia impazzita e non c’era scampo per nessuno sul vecchio e stanco pianeta, da tempo succube dell’arroganza umana.

Anche se stavolta l'uomo non c'entrava nulla. Era stato il caso che aveva posto quel masso in rotta di collisione con la Terra. Puro caso.

Lui era in strada, al contrario della maggioranza. Era stato nel tunnel della metropolitana ma aveva trovato un vero inferno: schiamazzi, urla, litigi furiosi. Qualcuno pregava, altri piangevano disperati, qua e là c'era chi si sparava droghe ottenute a prezzo irrisorio.

 I soldi erano già carta straccia.

Preferì non mescolarsi a quella marea umana impazzita, decise che sarebbe morto all’aria aperta, guardando in su, disteso sotto quello stesso cielo che in passato aveva osservato carico di amore e di curiosità, scrutato al telescopio, ammirato nelle notti limpide e che ora gli stava crollando addosso. Briciole di cielo avrebbero cancellato l'umanità. L'Universo non se ne sarebbe neanche accorto. Intorno vedeva sfrecciare veicoli sovraccarichi di bagagli, provviste, masserizie, come se ci fosse stato uno scampo, un luogo sicuro dove nascondersi. C'era ancora qualcuno che coltivava illusioni e incredulità.

Nella realtà la speranza era legata ad un filo sottilissimo. I notiziari erano stai chiari: le  sonde inviate per distruggere l’asteroide o deviarne la traiettoria mortale avevano fatto cilecca, o quasi. Avrebbero fatto tutti la fine dei dinosauri.

 Le possibilità di salvezza erano irrisorie, legate ad un ipotetico impatto con un altro frammento impazzito. Sarebbe stato come fare filotto sull'immensa tavola di biliardo azzurra srotolata lassù, a sovrastare l'umanità disperata, ormai consapevole di non essere la padrona su quel sassolino alla periferia della galassia.

Si parlava di una percentuale intorno al 5%, un nulla.

 Si recò davanti al mare e si distese sulla spiaggia, in prima fila per l’ultimo spettacolo. Maledisse se stesso, aveva desiderio di fumare ma aveva smesso all'improvviso, poche settimane prima, spaventato dai soliti allarmismi dei medici, ora ridicoli a dir poco.  Si frugò lo stesso nelle tasche, e fu premiato. Sul fondo trovò un pacchetto accartocciato con un’ultima sigaretta. Una su 20. “ E’il 5%” pensò. “Si può essere fortunati due volte?”

Gli venne su un sorriso beffardo. L’accese aspettando gli eventi.

© Silvana Maroni

 

 


giovedì 18 aprile 2024

LEZIONE DI ASTRONOMIA

 Il professore entrò in classe alle otto del  mattino del primo giorno di primavera portando con sé la gioia e la sensazione di rinascita che spesso si accompagna alle giornate ventose di marzo. Un mese ribelle, indeciso, motivato anche lui a portare scompiglio nei cuori e nelle giovani menti. Il professore lo sapeva bene: materia grigia da plasmare, stimolare, affinare alla ricerca di un pensiero critico. Ardua missione ai tempi dei social, di internet e della filosofia del “sempreconnessi”.

“Oggi ragazzi  voglio invitarvi a riflettere su un'immagine, una foto molto significativa.” Esordì il docente rivolgendosi alla platea distratta, indaffarata in mille attività che sembravano essere ben più importanti.

“Posate i telefonini e state attenti!”

Accese la LIM e si collegò al suo account di Drive aprendo un'immagine che sembrava sfocata, fatta di alcune righe colorate su un fondo scuro, dove, piccolissimo, si scorgeva un minuscolo puntino luminoso.

“Vedete questa immagine? Bene, è stata scattata nel 1990 dalla sonda Voyager1 lanciata nello spazio nel  1977. Qui era ad una distanza di circa 6 miliardi di chilometri dalla Terra. La sonda  contiene un disco placcato in oro con registrazioni di immagini e suoni del nostro pianeta, destinati a chi, forse, un giorno la dovesse trovare. Un messaggio in bottiglia nell'oceano dello spazio e del tempo che condensa, se ci sarà qualcuno lassù che saprà leggere e ascoltare, la conoscenza e la bellezza del nostro meraviglioso pianeta e dell'ingegno umano. Ci sono suoni naturali come il rumore delle onde o del vento, o il canto degli uccelli e quello delle balene, brani di musica, di Bach e di Beethoven, ma anche Johnny B.Goode di Chuck Berry, un classico del Rock and Roll, e poi tante foto, filmati...”

“Prof ma secondo lei esistono alieni che ci capiranno qualcosa, che sapranno far partire un vecchio disco? Neanche noi usiamo più i CD.” Disse Paolo, interrompendo il docente.

“Manca il rap, gli alieni si annoieranno!” Gli rispose Giovanni.

Anche Luca era in vena di fare battute: “Prof, mi dica che c'è almeno un dribbling di Maradona o una rovesciata di Pelè. Il gol del Pibe contro l'Inghilterra potevano metterlo, è un capolavoro!”

“Quello non l'aveva ancora fatto!” Rispose il professore, anche un po' divertito, cercando di riportare la discussione nel solco giusto, con fatica.

“E il puntino? Cos'è?”

“La foto non è venuta bene, cosa rappresenta?”

“In quella foto ci siamo tutti noi , o meglio, voi non ci siete perché troppo giovani, ma io sì perché il puntino è la Terra.” Riuscì finalmente a spiegare il professore.

Il particolare sollevò l'interesse della platea, che da mare piatto appena increspato si trasformò in una vera e propria tempesta. Un fuoco di fila di domande investì il docente:

“Ma come la terra? E chi l'ha scattata, gli alieni?”

“Come si fa ad essere sicuri che si tratta della terra?”

“Prof dove sono il Sole e gli altri pianeti? Giove è gigantesco, non dovrebbe stare dalle nostre parti?”

“La foto è stata scattata automaticamente dalla sonda stessa che ha ruotato la fotocamera

Si è fatta un selfie insomma, con tutti gli abitanti del nostro pianeta.”

“Ma c'è dell'altro, ed è molto interessante: si tratta il commento di Carl Sagan, lo scienziato che ideò questa missione e lavorò per realizzarla, è un ammonimento per tutti. Leggi Antonella! “

Così disse porgendo un foglio ad una ragazzina bionda al primo banco. Altre fotocopie del foglio furono distribuite a tutti gli studenti.

Antonella iniziò a leggere:

«Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso... ogni essere umano che sia mai esistito, ha vissuto la propria vita.... su quel minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole …

...Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino.

… L'illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico... 

... Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo?

... Il  pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto.»

Le meravigliose parole, sempre attualissime, conquistarono tutti e nell'aula per qualche istante calò il silenzio.

Lo ruppe Lorenzo, cui fecero eco un po' tutti gli altri:

”Prof, come siamo piccoli.”

”È un po' triste tutto questo!”

”Ma che triste, è stupendo!”

”Io non penso che siamo gli unici, sarebbe assurdo!”

”Un granello di polvere sospeso in un raggio di sole. Non è poetico?”

”Mi ricorda la poesia di Quasimodo: Ognuno sta solo sul cuor della terra...”

”Proprio così più o meno, siamo tutti lì, ma siamo anche soli.“

”È  proprio vero che ci stiamo autodistruggendo. L'ambiente inquinato, l'odio tra gli uomini, la violenza. Dovremmo volerci più bene.”

“E voler più bene al nostro pianeta. Non ne abbiamo un altro!”

”Sì, ci dovremmo voler bene tutti, senza distinzione di colore, bandiera, religione...”

”..e fede calcistica, potrei voler bene anche ad uno della Lazio.” Aggiunse Luca, sorridendo e sdrammatizzando bruscamente il tono della discussione.

A quel punto la magia di quella lezione speciale fu interrotta sul suono della campanella che, come ben sa chi abbia frequentato le aule scolastiche, può tutto e interrompe tutto.

Chiara, all'ultimo banco, era l'unica a non aver proferito parola, alzò la mano mentre gli altri già riponevano libri e quaderni.

”Professore, volevo ringraziarla...”

“Chiara è il mio lavoro, oggi ho fatto una lezione ispirandomi ad una foto che sembra impossibile e al pensiero attualissimo di un grande scienziato che purtroppo non è più con noi...”

Chiara lo interruppe, con garbo. Con il tono pacato di chi era stata sempre relegata in un angolino. Una studentessa riflessiva, intelligente ma non brillante, così dicevano sempre i docenti alla sua mamma. Prigioniera della gabbia della timidezza, tipica di tanti adolescenti.

“No professore,  lei ha fatto molto di più, sa, lei oggi mi ha fatto capire una cosa importante, che non mi era chiara, o meglio pensavo che appartenesse solo a me. Nel gruppo dei miei coetanei così sicuri, così legati tra loro io mi sono sempre sentita un'aliena. E invece sono gli altri a non aver capito.”

“E tu Chiara, che cosa hai capito dalla lezione di oggi?”

“Ho capito che la caratteristica dell'umanità è la solitudine, e tutto il fracasso che facciamo per apparire importanti agli occhi degli altri è solo un'ottusa messa in scena, per sentirci meno soli, in questo spazio immenso. Nonostante questo non abbiamo empatia. Leggiamo ogni giorno storie dei poveri profughi in fuga da paesi dove regnano guerre e ingiustizie, respinti, lasciati annegare, rigettati da altri uomini. Tutto questo non ha senso, dovremmo volerci bene tutti.”

Il vecchio professore sorrise : “Brava” disse, “hai capito il senso. E allora, cerchiamo di farci compagnia, di vivere in armonia e non in competizione, e ricordiamoci che siamo tutti sullo stesso barcone, in balia delle stesse onde, in viaggio verso la stessa meta, peraltro ignota. E se l'uomo è riuscito, nella sua imperfezione a lanciare un messaggio fra le stelle che forse qualcuno un giorno riuscirà ad interpretare vuol dire qualcosa.”

“Cosa prof? “

“Vuol dire che esiste una speranza e che l'uomo può fare cose grandi, grandissime, non solo distruggere, non solo guerre.”

“Speriamo prof, speriamo davvero!” rispose Chiara, mentre sul volto le sbocciava un sorriso che aveva tutto il sapore della primavera incombente.

© Silvana Maroni

PALE BLUE DOT

Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito hanno vissuto la propria vita. L'insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e contadino, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "comandante supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro ad un raggio di sole.
La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odii. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l'illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.
La Terra è l'unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c'è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora.
Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l'astronomia è un'esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci con più riguardo l'uno dell'altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto."
(da Pale Blue Dot) CARL SAGAN a proposito di un'immagine della Terra scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1, quando si trovava a sei miliardi di chilometri di distanza.

 FEDERICO SECONDO E I POETI FRA LE STELLE- PREMIO INTERNAZIONALE ED. 2024
PREMIO TITO STAGNO