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venerdì 2 gennaio 2026

LA CATTIVA STRADA


“Impara sempre a scegliere, o ci sarà qualcuno che lo farà per te”.

 Lo diceva sempre ai suoi figli.

 

Viveva in una specie di limbo; un limbo dalle tinte sfocate, in cui si sprecavano i “forse”, i “può darsi”, i “non so”.

In un caldo pomeriggio di maggio Giada passeggiava per la Riviera di Chiaia. Era tanto tempo che non passava più da quelle parti; era diventata “vomerese” a tutti gli effetti e  questo, con una punta di snobismo, non le piaceva affatto.

I cumuli di immondizia appestavano l’aria già precocemente afosa. Un’aria carica di miasmi insopportabili, provenienti sì dalla spazzatura abbandonata da mesi ma anche dal suo passato, e più che mai dal suo presente.

Passò davanti al benzinaio: “Ciao Gennaro”.

“Ciao Giada, come mai da queste parti? Non ti vedo da un secolo!” Rispose l’uomo cortese e felicemente sorpreso dell’incontro. Giada era ancora una bella donna, nonostante l’età non proprio da ballo delle debuttanti e a lui venne subito in mente il paragone con la ragazzina esuberante di un tempo che gli faceva girare la testa con le minigonne “ascellari” tanto di moda. Era l’epoca in cui nel pomeriggio, dopo aver studiato, Gennaro scendeva ad aiutare il padre buonanima, in officina: un ragazzo modello, mica uno scapestrato come ce n’erano tanti.

Quelli coi soldi soprattutto.

Giada sorrise e senza fermarsi rispose con gentilezza: ”Avevo bisogno di respirare un po’ d’aria diversa” “e di pensare” aggiunse tra sé.

Ed infatti pensava, o meglio, ricordava.

 Ricordava l’amica Paola, compagna di avventure e disavventure, custode dei suoi grandi segreti di ragazzina che si affacciava alla vita, le “vasche” a via dei Mille a cercare di incrociare “quello” sguardo, e poi i cortei, la contestazione, il vento che portava il profumo di una nuova stagione. E di tante illusioni e disillusioni.

Una  breve primavera, poi il buio, la malattia, il lutto. La parabola di Paola aveva avuto una breve curva, ripiegata su sé stessa era finita  pochi anni dopo l’adolescenza.

Un dolore insopportabile.

Lei invece era ancora lì, a rivivere ricordi come pugnalate, a rinverdire nella mente  dettagli che sembravano sepolti da tonnellate di memoria.  La frangetta tagliata troppo corta, le calze smagliate nel bel mezzo di una festa, lo schiaffone di suo padre, l’unico che le avesse mai dato.

E infine, ma non ultimo per importanza, il ricordo di uno sguardo celeste che le imponeva un addio senza condizioni, che la mollava senza pietà lasciandola sola con sé stessa, in un momento difficilissimo della sua vita.

Non l’avrebbe mai dimenticato e anche solo il pensiero le provocava ancora un senso di vuoto alla bocca dello stomaco.

 

Persa nei suoi pensieri, Giada fu sorpresa da un vociare concitato alle sue spalle: stava accadendo qualcosa, proprio davanti al distributore, e mentre si voltava per capire cosa fosse ci fu  un fragore, lo scoppio, il boato sordo e ripetuto di tre colpi di pistola : la testa  sembrava stesse per esplodere anch’essa. Giada si voltò di scatto e vide un bagliore, una luce intensa, poi tutto rosso: sangue ovunque.

Ma vide anche qualcos’altro: uno sguardo, due occhi di un azzurro trasparente come laghi ghiacciati. Un volto che le si stampò nella testa. Indelebilmente.

Il mondo si stava fermando. Proprio in quell’istante.

Cadde a terra.

Gennaro giaceva a pochi metri da lei in una pozza di sangue, la testa rivoltata, la benzina inondava il marciapiede e veniva risucchiata all’interno di un tombino. Vide a stento la scintilla.

L’onda d’urto dello scoppio la lanciò lontano come un vecchio fantoccio, ma Giada riuscì miracolosamente a recuperare le forze e scappò via, velocissima. Le gambe roteavano come pale di un mulino, in meno di un lampo fu a casa di sua madre, di lì a pochi passi, in via San Pasquale a Chiaja.

Lacera e bruciacchiata si attaccò al campanello.

Passarono due minuti abbondanti prima che l’anziana donna aprisse, sembrarono due secoli. Giada si era accucciata a terra, sul pianerottolo, e piangeva.

Maria apparve sorpresa della visita della figlia, ne abbracciò il corpo tremante e le accarezzò a lungo i capelli:

“Cos’è successo?”

“Una rapina credo, hanno sparato. Gennaro il benzinaio…credo sia morto.”

La donna restò in silenzio e abbassò gli occhi: “vieni, hai bisogno di un bagno caldo” disse alla figlia.

Giada uscì dal bagno più tranquilla, si raggomitolò sul vecchio divano avviluppata nel suo accappatoio verde e azzurro, che era stato un regalo di Natale di tanti, tantissimi anni prima.

Nella sua vecchia stanza trovò altri abiti dimenticati: un jeans sdrucito che adorava e che, sorprendentemente, le entrava ancora, la maglietta da hockey col numero 11 comprata a Resina, di tre taglie più grandi. Fu un tuffo nel passato, praticamente nella preistoria.

Ma non riusciva a togliersi dalla mente quegli occhi, quello sguardo, quel bagliore; continuava a ripensarci. Quegli occhi trasparenti li conosceva da sempre, o forse erano uguali ad altri occhi, mai dimenticati.

 Occhi duri e spietati, assassini del corpo gli uni, dell’anima gli altri. Occhi diafani e lucidi come pugnali di ghiaccio.

 

Poi entrò sua madre.

 

Le due donne si ritrovarono finalmente l’una di fronte all’altra, gli occhi negli occhi, ma entrambe avevano la vista offuscata dalle lacrime.

Gocce di rimpianti, parole non dette, giudizi affrettati, occasioni perdute.

Cominciò Maria, la madre:

“Scusami tesoro, so di averti condizionata…Non volevo, te lo giuro, non sapevo, non potevo sapere”

“ Lo so mamma, così doveva andare, sono io che non ho avuto abbastanza coraggio. Ho una rabbia dentro: un vulcano pronto ad esplodere”.

“Forse è già esploso e neanche lo sai”.

Ma qualcuno le interruppe:

“Papà”

L’uomo, molto anziano, senza dire una sola parola strinse al suo petto la figlia: Quella figlia unica tanto amata, avuta in età già avanzata, bella come il sole, laureatasi a pieni voti, era il suo orgoglio, il suo fiore all’occhiello, la sua vincita al Totocalcio della vita.

Era stato molto felice quando aveva saputo che si sarebbe sposata con un bravo ragazzo, uno senza grilli per la testa, avvocato già affermato, solo più anziano di lei, di parecchi anni: ma quella era una garanzia.

Così la sua piccola non avrebbe mai imboccato una cattiva strada, avrebbe avuto una bella famiglia e la sicurezza economica. Lui questo voleva, ed anche sua moglie.

“Devi andare subito a casa, Giada” le disse, intuendo la malcelata inquietudine della figlia, “ il tuo posto è con tuo marito e i tuoi figli, hanno tanto bisogno di te e devono essere subito rassicurati sul tuo stato di salute. Quaggiù è successo un pandemonio!”.

Giada aveva già sentito quelle parole erano state sempre un incubo per lei, una cantilena crudele, la solita solfa sui doveri di moglie e di madre ma stavolta non resse ed iniziò ad urlare, scoppiando in un pianto dirotto: ”Anch’io avevo bisogno di te, di mamma, di voi due. Non avevo né fratelli né sorelle, solo voi!”

Detto questo fuggì via, si arrampicò velocissima sulle scale di servizio, che dalla cucina portavano al terrazzo di copertura, il suo vecchio rifugio, non voleva ascoltare più nulla.

 

Alle sue spalle riuscì appena a sentire il campanello di casa e la voce della madre: ”Torna indietro Giada, è venuta Paola, ti è venuta a prendere”.

“Vecchia aterosclerotica” pensò Giada con una punta di cattiveria. Paola non esisteva più, aveva 19 anni oramai per sempre.

 

Dalla terrazza della vecchia casa si vedeva salire un filo di fumo: l’incendio del distributore alla Riviera. Quel fumo offuscava l’aria e i pensieri.

Giada cominciò a sentirsi confusa, la testa le girava e sentiva un dolore nel petto.

Continuava a pensare al passato: si era sposata per amore, per l’immenso amore che aveva per i suoi genitori, così loro avrebbero voluto. Una vita incanalata nei binari canonici della famiglia e della tradizione, quanti impulsi aveva dovuto sopprimere! L’uomo che era diventato suo marito però, non l’aveva mai amato.

Mai, neanche per un momento.

In alcuni periodi l’aveva odiato profondamente, poi era precipitata nel baratro di un’indolente indifferenza. Lui ormai era un sessantenne vanesio dai capelli tinti che passava da un’avventura all’altra, tutte con ragazze giovani, dell’età delle gemelle, 20 anni circa, alcune certamente a pagamento.

Aveva voluto avere tanti figli, una famiglia numerosa: quattro bambini, due cani, un canarino e tanti pesciolini rossi nell’acquario.

Moltissime cose di cui occuparsi. Essere e sentirsi indispensabile: di questo Giada aveva avuto bisogno e aveva dimenticato quanto fosse importante l’amore, quello vero, quello che ti fa confondere, che alterna momenti di pura estasi a pugni nello stomaco.

Ma forse all’amore ci aveva rinunciato da tempo, consapevolmente, dal giorno in cui due occhi taglienti come lame gli avevano parlato. E le parole erano state lame ancor più affilate.

E oggi, occhi altrettanto taglienti le avevano detto qualcosa, forse una minaccia. Lo aveva visto bene in volto quell’assassino e l’avrebbe riconosciuto tra mille. Forse era in pericolo.

 

Respirò profondamente e si soffermò, assorta com’era in tutti quei pensieri, ad osservare dall’alto quella strada che l’aveva vista bambina al primo giorno di scuola, col grembiulino candido e le treccine bionde, adolescente imbranata al primo appuntamento e donna matura, con i figli in carrozzina.

Tutto sembrava immutato.

Qualcosa alle sue spalle la risvegliò da quella specie di “trance” in cui era caduta. Erano le voci dei ragazzi, voci confuse, concitate, incomprensibili.

Cosa ci facevano lì?

La confusione aumentava.

Il panorama era cambiato, il filo di fumo sparito, il mare si era allontanato. Era sul terrazzo di casa sua, in via Palizzi, al Vomero. Non capiva.

I suoi figli sembravano non vederla, soltanto Puck, il vecchio cane, prese a scodinzolare e si accoccolò ai suoi piedi.

Ora la confusione regnava sovrana e, come continui flash, le tornavano nella mente quegli occhi, quegli occhi tanto cattivi e nel contempo tanto familiari che aveva incrociato poche ore prima.

 

Non sentì i passi solo l’abbraccio caloroso, improvviso e carico d’amore di qualcuno che era sopraggiunto alle sue spalle.

 Era Paola, l’amica di sempre.

“Non ti spaventare Giada, ti spiego tutto”

“Credo di aver capito” ribatté la donna, calma, mentre un lacrima salata le rigava il volto.

“Sono morta, o sto morendo, hanno ucciso anche me. Si dice che una persona quando muore, ripercorra i momenti salienti della sua vita, incontri le persone care che non ci sono più…mamma, papà, se ne sono andati più di vent’anni fa…anche Puck è morto la settimana scorsa…e tu poi…e dire che non ho mai creduto a queste cose.”

Fece una pausa.

“Pensavo che la morte fosse un click, una luce che si spegne, un sonno profondissimo, nient’altro, né inferni né paradisi; solo il purgatorio quello sì, ma quello si fa sulla Terra, ed io l’ho già fatto.”

“Ascolta Giada, non è come pensi tu, esiste una spiegazione a tutto, una spiegazione razionale. Guardami e rifletti.”

La donna sembrava non volerla ascoltare, piangeva sommessamente e fissava un punto nel vuoto.

“Giada scuotiti, ti ricordi di me? Avevo solo diciannove anni quando sono morta, quanti ti sembra che ne abbia adesso? E tua madre? L’avevi mai vista così vecchia? E’ morta a soli cinquant’anni, non lo ricordi? Anche tuo padre…”

Si fermò un attimo, accortasi di aver risvegliato l’interesse dell’amica che ora la guardava fissa, con un’aria interrogativa.

“Sì” rispose Giada, “sembra che il tempo sia passato anche per voi. Ma cos’è, un trucco? Si invecchia anche nel vostro paradiso?”

“Non c’è nessun paradiso Giada, da nessuna parte. Esiste solo la realtà, o meglio, infinite realtà: tutte le varianti possibili di una vita. Tu sei qui ma sei anche in infiniti altri mondi, dove stai vivendo infinite vite diverse, un po’ o molto diverse da questa. Se muori qui rinasci da un’altra parte, ma sei sempre tu. Mi riesci a capire?”

La confusione nella mente di Giada cominciava lentamente a dipanarsi, ma erano troppe le cose che non riusciva a comprendere.

“Stai dicendo che esiste un’altra Terra in un altro universo dove tu non sei morta ma hai quarantotto anni e magari figli e marito? E io che faccio dalle tue parti?”

“Tu sei morta Giada, laggiù te ne sei andata il 9 maggio del ’93, un incidente d’auto”.

Giada cominciò a capire, la ricordava bene quella data: sulla costiera amalfitana, la macchina era rimasta in bilico sul ciglio della strada. L’avevano salvata per miracolo.

Ora ci credeva.

“E tu chi sei veramente? Perché sei qui a dirmi queste cose?”

“E’ difficile che si stabilisca una comunicazione tra due Universi; accade quando…quando non si muore del tutto ecco. Io sono stata catapultata nella tua mente ma nella mia realtà sto dormendo. Probabilmente stavi pensando a me quando è successo... Vedi, io e te ora siamo in una specie di nodo.”

“Nodo?”

“Sì, un punto di contatto tra vie diverse, nella nostra vita ne attraversiamo tantissimi… Ogni volta che scegliamo, anche cose banali come scegliere di salire su un vagone della metropolitana piuttosto che su un altro…mi stavi pensando vero?”

“Sì, è così” rispose Giada, pensierosa: “E quando ti sveglierai?”

“Credo che non ricorderò nulla, magari solo di averti sognata…Le cose che ti sto dicendo sono nella mia mente, ma non so come ci sono arrivate, domattina se ne saranno andate anche loro…Quello che devo dirti è che l’Universo come noi lo conosciamo è solo “uno” dei tanti, in realtà ne esistono infiniti: ognuno di noi vivrà successivamente tutte le possibilità che gli sono state offerte, negli altri Universi…Ma solo quelle della propria vita!

Fece una pausa, come per ricordare, o leggere un messaggio che le si materializzava nella mente..

Tu sarai sempre Giada de Luca, non rinascerai mai come farfalla, gabbiano o come Marilyn Monroe. E vivrai infinite volte la tua vita, con infinite varianti, dettate da piccole e grandi scelte che saranno ogni volta diverse. E nascerai sempre nel 1964, non potrai vedere il passato o il futuro…Il tempo è solo un’invenzione degli uomini…”

“Mio Dio! Un girone dantesco!” la interruppe Giada.

Mentre continuava a parlare, improvvisamente, l’immagine di Paola cominciò a diventare sempre più sfocata, i contorni si scioglievano nell’aria ed a  Giada sembrava di essere sospesa nello spazio vuoto.

“Altri mondi, altri Universi, vagoni della metro…” Anche quel pensiero si scioglieva liquido e spariva pian piano. Al suo posto una luce, un bagliore fortissimo, come una scarica elettrica.

Ma  la luce cancella le immagini impresse su di una pellicola, e anche quelle fissate nel cervello umano.

Era passata attraverso un nodo. E adesso? Cosa sarebbe successo “dopo”? Lei non aveva scelto, stavolta avrebbe semplicemente deciso il destino? O c’erano più possibilità?

Ma no, il destino non esiste.

 

In ogni istante della nostra vita abbiamo la possibilità di vivere migliaia e migliaia di diversi futuri compossibili…

 

Quando si inciampa in un nodo però, qualcosa irrimediabilmente accade, qualcosa, di piccolo o immenso, che ti dà una scossa, che ti cambia in qualche modo la vita…

 

Universo n°1  (scontato)

I funerali di Giada si tennero nell'umida mattinata di un maggio travestito da novembre. C’era tanta gente, tanti piangevano, altri chiacchieravano, le facce erano tristi, ma non tutte: ai funerali si sa, ognuno va per riguardo a qualcuno; qualcuno che, nella maggioranza dei casi, è ancora vivo.

Il prete benedisse il feretro con poche parole di circostanza. Giada non era certo un’assidua frequentatrice della Chiesa, anzi diciamo che da anni aveva pesantemente litigato con il mondo ecclesiastico “in toto”. Tutti lo notarono però quel giovane sacerdote: aveva due splendidi occhi azzurri, del colore del mare.

Circa nove mesi più tardi, in un altro spazio ed in un altro tempo nasceva una bella bambina, bionda e paffuta. L’avrebbero chiamata Giada.

 

Universo n°10 (lieto fine)

Giada si svegliò nella sala di rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Napoli. Era rimasta in coma 3 settimane.

Vide le facce sorridenti dei suoi figli dietro un vetro, ne fu felice ma non poté riabbracciarli subito. Era ancora molto debole. Un proiettile le aveva sfondato la cassa toracica ed era andato a conficcarsi in una vertebra. I polmoni erano stati soltanto sfiorati.

Aveva subito un lunghissimo intervento chirurgico, ma i sanitari temevano per la lesione al midollo spinale. Quando mosse braccia e gambe per la prima volta fu una festa per tutti, ce l’aveva fatta.

“Le vie del Signore sono infinite” aveva affermato qualcuno, senza peraltro sapere quanto quella frase, quel luogo comune, fosse vicina alle verità del mondo fisico.

Molti le chiesero di ricordare qualcosa di quei tre mesi di sonno, ma a Giada non veniva in mente nulla, la mente era stata ripulita. Parlò solo di una specie di tunnel, con una luce accecante che l’attirava verso l’uscita. Null’altro.

 

Ebbe solo un piccolo trasalimento: quando, appena sveglia e ancora molto confusa, incrociò lo sguardo di un giovane infermiere inguainato in un grembiule verde, con il volto seminascosto da una mascherina. Aveva due incredibili occhi chiari, celesti come laghi ghiacciati.

 

Universo n°100 (l’errore)

Era svenuta: un piccolo mancamento, forse un semplice calo di pressione, o si era spaventata per il fragore delle pistole giocattolo di un gruppo di ricchi ragazzini annoiati che si divertivano a spaventare i passanti. Gennaro il benzinaio l’aveva soccorsa, fatta stendere su un giaciglio improvvisato e le aveva  tirato su le gambe, per favorire la circolazione, non senza sentire un piccolo brivido di piacere salirgli su per la schiena. Giada riaprì gli occhi dopo soltanto un paio di minuti, neanche il tempo di chiamare un’ambulanza. Si rialzò felice, come ritemprata e in un impulso irrazionale abbracciò e baciò il suo soccorritore. Il ricordo di Paola  era sparito dalla sua mente, lei si era un po’ spaventata ma neanche tanto: era tutto stato così rapido, fulmineo addirittura.

Giada volle andar via subito, sentì improvvisamente il desiderio di tornare a casa. Fece il solito percorso fino alla funicolare di Chiaja: via Carducci, via dei Mille, Parco Margherita. Frettolosamente timbrò il biglietto e si arrampicò a grandi passi sulla scala mobile.

C’era uno strano trambusto, ma non ci fece caso. Appena entrata nel vagone le porte scorrevoli si richiusero dietro di lei: fu allora che lo vide. Un povero corpo semiaccartocciato sulla carrozzina,

 neanche il tempo di imboccare la prima galleria e Giada cominciò mettere a fuoco quei pensieri che  le si avviluppavano alle maglie del cervello. Guardò l’accompagnatore, un vecchio amico di entrambi, Giacomo.

Si scrutarono a lungo prima di salutarsi, entrambi col pretesto di far fatica a riconoscere l’altro: lo sguardo di Giada era pieno di interrogativi, tanti, troppi perché si affastellavano nella sua mente e non riuscivano a trovare la via giusta per essere espressi con raziocinio. Balbettò espressioni di saluto e di sorpresa. 

Fu Giacomo a chiarirle le idee.

Gianni aveva una terribile malattia, una di quelle malattie ereditarie che non lasciano scampo. I suoi neuroni ed i suoi muscoli perdevano lentamente le capacità fondamentali di comunicare con il loro stesso corpo e con il mondo intorno: così era ridotto ormai ad un povero, sconnesso burattino cui avevano tagliato i fili, e sarebbe stato sempre peggio fino all’inevitabile, lentissima fine. Solo il cervello, per un meccanismo spietato e ingiusto, conservava intatta una lucida consapevolezza.

Lui aveva sempre saputo, tutto. Per questo aveva respinto qualsiasi affetto. Soffrendo come un cane e mascherando sentimenti che non poteva permettersi il lusso di provare. Aveva agito sempre per amore, per troppo amore.

Così Giada capì e sentì materialmente il gelo calarle dentro il cuore, non seppe dir nulla, le riuscì solo di sfiorare con una piccolissima carezza  quel volto devastato, il volto del suo unico e perduto amore; mentre una lacrima sgorgava lungo le sue dita come un rivolo ed andava ad incanalarsi nelle rughe profonde, alimentata da una pozza d’acqua azzurra come il cielo di Napoli in primavera.

Avrebbe preferito non sapere, MAI.

Aveva scelto il vagone sbagliato.

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Universo n° 1.000.000…000 (imprevedibile)

 

Il mondo stava davvero finendo in quell’istante, non furono soltanto quelli che erano sembrati colpi di pistola, ma sordi boati che provenivano da ogni direzione; esplosioni di potenza indescrivibile, mentre il cielo si oscurava ed una inspiegabile notte avviluppava le cose, i ricordi, i sentimenti ed i risentimenti di Giada e di tutti. Tutti gli abitanti del pianeta Terra.

Era la fine del mondo, il giorno del giudizio.

Nell’aria esalò un gas acre, che provocò un prolungato intorpidimento nel corpo già scosso ed esausto della donna, e di tutti gli altri.

 Il sangue sgorgava copioso ovunque, l’attacco era stato fulmineo e non erano previsti superstiti, non tanti almeno. Furono salvati soltanto quelli adatti ad essere ridotti in schiavitù, capaci di lavori pesanti, ed i più intelligenti, i più sensibili, ideali come cavie da esperimento.

Gli invasori non erano molto diversi dagli uomini, solo più alti, sottili, dalla pelle verdastra e tutti con occhi incredibilmente trasparenti, azzurrissimi.

 


 


 

 

 

 

 

UN BEL GIOCO


PREMESSA - LA TEORIA DI NICK BOSTROM

   È  possibile che la spiegazione delle incredibili coincidenze nelle leggi della natura sia che non si tratti per niente di coincidenze.
   Nick Bostrom, direttore dell'Istituto sul futuro dell'umanità dell'Università di Oxford, sostiene che c'è un'alta probabilità che il nostro universo sia una sofisticata simulazione computerizzata, una complicatissima realtà virtuale generata in un computer da una civiltà aliena molto più avanzata della nostra per scopi a noi ignoti. (Cavie? Esperimenti mirati?)
 Il programma sarebbe tanto complesso da permettere agli esseri simulati (noi, l'umanità intera) di provare sentimenti e l'illusione del libero arbitrio. Di tanto in tanto, però, alcuni errori nel codice produrrebbero degli eventi inattesi, o inspiegabili (come per esempio i miracoli, o le apparizioni di Ufo), oppure sarebbero gli stessi controllori della simulazione a
inserirli di proposito per studiare le nostre reazioni.  Il racconto si ispira a tale teoria.     

***

 Il bambino era ipnotizzato dallo schermo, assorto nel suo magnifico gioco, al computer. Da mesi ormai lavorava a quel complicato intreccio, ed era soddisfatto dei risultati.
"Una bellissima simulazione", commentò il padre rivolgendosi allo psicologo, "eppure strana!"
"Strana? oggi tutti i bambini giocano a progettare mondi, questo software è diffusissimo!"
" Certo, ma le fantasie di mio figlio hanno partorito situazioni di estrema violenza, ingiustizie, illogicità estese e ripetute…” Sospirò a questo punto il bravo papà, per riprendere subito dopo:
”Anche se devo riconoscere che questo suo mondo irrazionale ha un grande fascino!" 
 "Non si preoccupi", lo rassicurò lo specialista, "basterà interrompere il gioco e distrarre un po’ il ragazzo. Le consiglio di partire insieme per un bel viaggio e sono certo che al ritorno i passatempi di suo figlio rientreranno nei canoni di razionalità ed equilibrio, come per tutti i suoi coetanei".
    In brevissimo tempo il papà premuroso organizzò un viaggio straordinario, in giro per il pianeta, con tappe nei luoghi più suggestivi e le attività più divertenti. Il ragazzino accolse la proposta con entusiasmo.
Poco prima della partenza il padre si rivolse al figlioletto: "E allora? Dai, interrompiamola questa simulazione, spegni il computer!"
   Mentre lo diceva sentì uno strano magone, un senso di vuoto alla bocca dello stomaco, un'emozione nuova, indefinibile, che gli attraversava le membra: non avrebbe più visto, come era accaduto tante volte sbirciando il computer del ragazzo, quell'assurdo cielo azzurro e quella immensa distesa liquida di un improbabile blu, un blu profondo, inesistente sul loro pianeta.
 Il bimbo fu docile, entusiasta della nuova esperienza che lo attendeva. Spense subito e alla fatidica domanda “vuoi salvare?” rispose per la prima volta da tanto tempo (un tempo lunghissimo, quasi un’eternità, ma si sa, tutto è relativo!) con un “No”, convintissimo. Lo schermo precipitò in una voragine buia e vuota. E tale sarebbe rimasto.

***


Due innamorati sulla spiaggia di Procida prendevano il sole, abbracciati, godendo del tepore lieve delle prime ore di un limpido pomeriggio di settembre.
 Un leone affamato era sulle tracce di una gazzella in un caldo pomeriggio africano.
Un monaco tibetano osservava il Sole farsi largo fra i picchi innevati, che scintillavano ai suoi bagliori dorati, sempre più rossastri per l'approssimarsi del tramonto.
   Dall'altra parte della Terra un anziano giapponese guardava pensieroso la falce della Luna apparire alle spalle del monte Fuji.
 Nelle foreste del Borneo le urla delle scimmie squarciavano la notte.
 Tutti erano inconsapevoli.
 Bastò un "click" e nulla fu più, o meglio, da quel momento in poi NULLA FU MAI STATO.

 

 


 

martedì 7 maggio 2024

RISVEGLIO

 Katherine  non era del tutto sveglia, il suo corpo non rispondeva ai comandi del cervello che aveva ripreso, invece, a funzionare. Era rigida e sentiva letteralmente un fluido vitale scorrere giù per le vene, appena tiepido ma corroborante. Sapeva che per un po’ di tempo non sarebbe stata del tutto cosciente, così le avevano spiegato. La sfiorò il pensiero di un guasto improvviso all’astronave ma non volle pensarci, si sarebbe agitata. Come aveva appreso durante il lungo addestramento, fece degli esercizi di rilassamento ripercorrendo con la memoria le tappe della sua vita, fino a quella incredibile missione nello spazio.

   Con diligenza, da brava e scrupolosa scolaretta, iniziò lentamente a ricordare i trascorsi che l'avevano portata a credere nell’impresa di un gruppo di sognatori disperati, proprio come lei. Si rivide bambina in un centro d'accoglienza governativo, probabilmente ceduta da genitori poveri, imbarazzanti o corruttibili. O forse sognatori e disperati, anche loro, come aveva sempre preferito pensare.

   Eppure qualche flebile ricordo era rimasto nelle pieghe della sua corteccia: l’immagine di una donna bella e sorridente, dagli occhi scuri e i seni importanti. Una piccola casa lungo un fiume, uomini in divisa che sfilavano, armati fino ai denti. Era un puzzle incompiuto, a cui i suoi neuroni aggiungevano gradualmente elementi. In quel momento si accorse di averne di nuovi. Sorprendentemente, dopo quel lunghissimo riposo forzato altre memorie si erano stratificate nella sua mente. Ricordò per la prima volta lunghe mani ingioiellate, una montagna di banconote chiuse in una valigia nascosta sotto un vecchio letto in una casa di campagna. E ricordò il colore degli alberi, delle cascate, dei prati fioriti. Ma certamente non erano reali, Tutte queste cose non esistevano più da secoli sulla Terra e pensò che fossero il frutto della sua fervidissima immaginazione.

    Ebbe anche la sensazione di essere osservata, ma fu solo un attimo.

    La campagna era in realtà la periferia degradata di una metropoli tentacolare nei cui meandri accadeva di tutto, compresa la compravendita di esseri umani.

    Da bambina scriveva storie, su quaderni raccattati in un vecchio magazzino, con matite colorate  che temperava con un coltellino in dotazione al suo equipaggiamento. Storie fantastiche, vagheggiate, perse nella memoria e fuse con i sogni. In una di queste storie aveva una mamma e un papà e vivevano in una caverna nascosti dal mondo: era una vita avventurosa immersa in una natura viva e violenta, certamente anch’essa immaginaria. Le città infatti, erano sovrastate da cupole e agonizzavano, destinate ad una fine certa a causa della mancanza di  risorse: acqua potabile, cibo, combustibili e perfino l'ossigeno scarseggiavano.

   E poi all’esterno c'erano mille pericoli, orde di mutanti infestavano il mondo: erano esseri mostruosi che si cibavano di carne umana e devastavano ogni prodotto della civiltà; dotati di un’intelligenza superiore miravano alla conquista della Terra e soprattutto di altri mondi, visto che il pianeta dell’uomo era ormai ben poco vivibile. Diabolici e spietati, si temeva che si fossero infiltrati anche tra la popolazione delle cupole.

   Kathe sapeva che lo scopo della missione era la ricerca di  nuovi pianeti, veri eden dello spazio, future culle della specie umana. E loro erano gli eletti, i colonizzatori: scelti attraverso selezioni durissime, dal cervello ricondizionato e propenso solo al bene, da cui, come le era stato spiegato, erano state cancellate le orrende memorie che li riconducevano al loro mondo perduto.

   Sapeva che era una missione senza ritorno, affidata a qualche migliaio di umani addestrati sin dalla nascita. Tutti privi di affetti, di famiglia, di ricordi: le migliori pedine da giocare in quel viaggio senza ritorno, senza speranze, con pochissime prospettive di riuscita. Il sistema di comunicazioni con il pianeta di origine era affidato agli sviluppi di una teoria recentissima, sulla

“Persistenza della scia di luce attraverso il vuoto”, ben poco comprovata e abbastanza aleatoria. Ma era il presupposto teorico per la trasmissione e la ricezione dei dati: basata sul fatto che le onde elettromagnetiche creano un fronte che perturba lo spazio permettendo alle oscillazioni di giungere a destinazione prima della radiazione stessa, in buona parte funzionò.  

   Così l'equipaggio poteva comunicare i risultati della spedizione in tempi molto più brevi di quelli previsti dalla relatività, approfittando di scorciatoie cosmiche ben note e attraversabili anche dalla materia, quindi utili per il viaggio.

   Kathe, avvolta nella capsula protettiva, sentiva la pelle che si staccava a brandelli, una sorta di metamorfosi investiva il suo corpo: l'acqua scivolava via e con essa il bozzolo in cui era avvolta. Un involucro di fibre vegetali, una sorta di nido, costruito con tecniche raffinate, biotecnologiche.

Ricordava il mare, ma era un ricordo sfocato, sommesso, non era certa di averlo mai visto davvero.

Echi di voci indistinte, doloranti, fluivano veloci verso il percorso forzato di una memoria preconfezionata, ma che conteneva un pulviscolo sporco di verità. Le  sofferenze di una bambina alle prese con un mondo più grande di lei, dove la bugia e la verità si confondevano nel quotidiano, assolutamente indistinguibili.

  “Guarda negli occhi il mondo, dici sempre quello che pensi, rispetta le opinioni degli altri e combatti con tutte le tue forze chi non lo fa”.
  “Rispetta tutte le creature del pianeta, ama il pianeta, ama la natura per come è, senza regole anche se a volte appare crudele.” Una voce metallica ripeteva nella sua testa questi moniti.
“La natura non ha un piano prestabilito, solo gli uomini lo hanno; la natura vive di impulsi, sussulti, gemiti, ed  è lei la padrona. Come una madre ci ha accolti, ma può distruggerci con una spinta, con un soffio, con le sue lacrime confuse nella pioggia. Noi viviamo solo un attimo, nel tempo cosmico siamo meno di un battito di ciglia. Riempiamolo di vita questo piccolo momento che ci è toccato, e respiriamo questa vita fino in fondo, non lasciamo che ci scivoli addosso, presto rotolerà via comunque e le nostre tracce si dissolveranno nel vento di un nuovo autunno.”

  Erano parole scolpite nei neuroni del suo cervello, moniti, consigli, ma non riusciva ad associarli a nessuno, non umano almeno.

  Intanto la vista si schiariva, e sagome indistinte cominciavano a prendere corpo intorno a lei. Ectoplasmi che lentamente divenivano presenze reali, dai contorni definiti, di cui Kathe cominciava ad avvertire i respiri, i singhiozzi, le voci indistinte, gli odori. Ebbe una sensazione negativa, si sentì soffocare e per la prima volta provò paura, una paura irrazionale che presto si tramutò in terrore puro. Quando le sagome che intravedeva cominciarono a prendere corpo e i suoni furono distinguibili.

   Molti degli altri astronauti erano passati direttamente dal sonno profondissimo dell'ibernazione alla morte e giacevano nei loro loculi semiaperti da cui emanava un effluvio nauseabondo di carne putrefatta. Ma non tutti. C’era anche chi, risvegliandosi, si rendeva improvvisamente conto di ciò che accadeva e delle sue conseguenze.

   I recettori del suo nervo olfattivo non erano ancora del tutto attivi e neanche i coni e i bastoncelli della retina. La sua coscienza era assopita, avvolta dall'involucro ovattato dei ricordi.  Di lì a breve si sarebbe resa conto del destino che attendeva lei e i suoi compagni di viaggio, superstiti di quel “folle volo” della conoscenza e dell'arroganza umana.

   Mentre i sensi assopiti le si risvegliavano lentamente, Kathe riceveva lievi zaffate maleodoranti di carne putrefatta, fruscii di gemiti di dolore e singhiozzi provocati da conati di vomito, ma era immobilizzata nella sua capsula e non comprendeva a fondo l’orrore che la circondava. Perché per le poche decine di esseri risvegliatisi prima di lei da quel torpore paralizzante, l’unica via di sopravvivenza, l’unica risorsa per placare i morsi della fame era contenuta nei corpi ancora in vita dei compagni. Sarebbe stato così anche per lei.

   La realtà si presentò come un pugno nello stomaco. Nessuna poesia, nessun messaggio di conquista, di speranza o di amore. Ora le sfuggiva il senso profondo di ogni cosa, e soprattutto di quel folle viaggio.

   Quando Kate finalmente spalancò gli occhi sul vuoto, improvvisamente le ombre indistinte che era riuscita a scorgere presero forma: non era un bello spettacolo. C'era un tappeto di cadaveri, alcuni già decomposti e l'odore era nauseante. Ma la cosa peggiore era l’avanzare di quei corpi vivi e pallidi, miracolosamente resuscitati e famelici verso il suo loculo. Capì tutto in solo istante, e qualcosa scattò nella sua mente, un istinto da predatore implacabile, accuratamente nascosto nel suo DNA e perfettamente innestato nei falsi pensieri buoni che l’avevano accompagnata fino a quel momento: così raccolse le forze riposte in tanti anni di sonno forzato e una scossa violenta fece sussultare il suo corpo che si scagliò con indicibile violenza contro i malfermi assalitori.

   Il collegamento con la Terra era attivo, in audio e video, c’era solo un insignificante sfasamento temporale.

   Dal pianeta madre assisterono ad una battaglia tra esseri che non avevano più nulla di umano, che si strapparono a vicenda brandelli di carne viva, in una primordiale e atavica lotta per la sopravvivenza. Le immagini si chiusero, come nei peggiori “splatter” con un primissimo piano sul volto trasfigurato della donna: gli occhi fuori delle orbite, la bocca insanguinata e deformata in un ghigno sinistro.

  Dalla base terra echeggiò un coro di voci soddisfatte e concordi: “Missione compiuta!”

Erano LORO.

 L’ingente investimento economico in corpi da riprogrammare allo scopo di diffondere negli spazi quella  specie degenerata, cominciava a dare i suoi frutti e si avviava alla completa realizzazione. Avrebbero occupato altri pianeti e, forse, la galassia intera.

© Silvana Maroni

 


giovedì 18 aprile 2024

LEZIONE DI ASTRONOMIA

 Il professore entrò in classe alle otto del  mattino del primo giorno di primavera portando con sé la gioia e la sensazione di rinascita che spesso si accompagna alle giornate ventose di marzo. Un mese ribelle, indeciso, motivato anche lui a portare scompiglio nei cuori e nelle giovani menti. Il professore lo sapeva bene: materia grigia da plasmare, stimolare, affinare alla ricerca di un pensiero critico. Ardua missione ai tempi dei social, di internet e della filosofia del “sempreconnessi”.

“Oggi ragazzi  voglio invitarvi a riflettere su un'immagine, una foto molto significativa.” Esordì il docente rivolgendosi alla platea distratta, indaffarata in mille attività che sembravano essere ben più importanti.

“Posate i telefonini e state attenti!”

Accese la LIM e si collegò al suo account di Drive aprendo un'immagine che sembrava sfocata, fatta di alcune righe colorate su un fondo scuro, dove, piccolissimo, si scorgeva un minuscolo puntino luminoso.

“Vedete questa immagine? Bene, è stata scattata nel 1990 dalla sonda Voyager1 lanciata nello spazio nel  1977. Qui era ad una distanza di circa 6 miliardi di chilometri dalla Terra. La sonda  contiene un disco placcato in oro con registrazioni di immagini e suoni del nostro pianeta, destinati a chi, forse, un giorno la dovesse trovare. Un messaggio in bottiglia nell'oceano dello spazio e del tempo che condensa, se ci sarà qualcuno lassù che saprà leggere e ascoltare, la conoscenza e la bellezza del nostro meraviglioso pianeta e dell'ingegno umano. Ci sono suoni naturali come il rumore delle onde o del vento, o il canto degli uccelli e quello delle balene, brani di musica, di Bach e di Beethoven, ma anche Johnny B.Goode di Chuck Berry, un classico del Rock and Roll, e poi tante foto, filmati...”

“Prof ma secondo lei esistono alieni che ci capiranno qualcosa, che sapranno far partire un vecchio disco? Neanche noi usiamo più i CD.” Disse Paolo, interrompendo il docente.

“Manca il rap, gli alieni si annoieranno!” Gli rispose Giovanni.

Anche Luca era in vena di fare battute: “Prof, mi dica che c'è almeno un dribbling di Maradona o una rovesciata di Pelè. Il gol del Pibe contro l'Inghilterra potevano metterlo, è un capolavoro!”

“Quello non l'aveva ancora fatto!” Rispose il professore, anche un po' divertito, cercando di riportare la discussione nel solco giusto, con fatica.

“E il puntino? Cos'è?”

“La foto non è venuta bene, cosa rappresenta?”

“In quella foto ci siamo tutti noi , o meglio, voi non ci siete perché troppo giovani, ma io sì perché il puntino è la Terra.” Riuscì finalmente a spiegare il professore.

Il particolare sollevò l'interesse della platea, che da mare piatto appena increspato si trasformò in una vera e propria tempesta. Un fuoco di fila di domande investì il docente:

“Ma come la terra? E chi l'ha scattata, gli alieni?”

“Come si fa ad essere sicuri che si tratta della terra?”

“Prof dove sono il Sole e gli altri pianeti? Giove è gigantesco, non dovrebbe stare dalle nostre parti?”

“La foto è stata scattata automaticamente dalla sonda stessa che ha ruotato la fotocamera

Si è fatta un selfie insomma, con tutti gli abitanti del nostro pianeta.”

“Ma c'è dell'altro, ed è molto interessante: si tratta il commento di Carl Sagan, lo scienziato che ideò questa missione e lavorò per realizzarla, è un ammonimento per tutti. Leggi Antonella! “

Così disse porgendo un foglio ad una ragazzina bionda al primo banco. Altre fotocopie del foglio furono distribuite a tutti gli studenti.

Antonella iniziò a leggere:

«Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso... ogni essere umano che sia mai esistito, ha vissuto la propria vita.... su quel minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole …

...Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino.

… L'illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico... 

... Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo?

... Il  pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto.»

Le meravigliose parole, sempre attualissime, conquistarono tutti e nell'aula per qualche istante calò il silenzio.

Lo ruppe Lorenzo, cui fecero eco un po' tutti gli altri:

”Prof, come siamo piccoli.”

”È un po' triste tutto questo!”

”Ma che triste, è stupendo!”

”Io non penso che siamo gli unici, sarebbe assurdo!”

”Un granello di polvere sospeso in un raggio di sole. Non è poetico?”

”Mi ricorda la poesia di Quasimodo: Ognuno sta solo sul cuor della terra...”

”Proprio così più o meno, siamo tutti lì, ma siamo anche soli.“

”È  proprio vero che ci stiamo autodistruggendo. L'ambiente inquinato, l'odio tra gli uomini, la violenza. Dovremmo volerci più bene.”

“E voler più bene al nostro pianeta. Non ne abbiamo un altro!”

”Sì, ci dovremmo voler bene tutti, senza distinzione di colore, bandiera, religione...”

”..e fede calcistica, potrei voler bene anche ad uno della Lazio.” Aggiunse Luca, sorridendo e sdrammatizzando bruscamente il tono della discussione.

A quel punto la magia di quella lezione speciale fu interrotta sul suono della campanella che, come ben sa chi abbia frequentato le aule scolastiche, può tutto e interrompe tutto.

Chiara, all'ultimo banco, era l'unica a non aver proferito parola, alzò la mano mentre gli altri già riponevano libri e quaderni.

”Professore, volevo ringraziarla...”

“Chiara è il mio lavoro, oggi ho fatto una lezione ispirandomi ad una foto che sembra impossibile e al pensiero attualissimo di un grande scienziato che purtroppo non è più con noi...”

Chiara lo interruppe, con garbo. Con il tono pacato di chi era stata sempre relegata in un angolino. Una studentessa riflessiva, intelligente ma non brillante, così dicevano sempre i docenti alla sua mamma. Prigioniera della gabbia della timidezza, tipica di tanti adolescenti.

“No professore,  lei ha fatto molto di più, sa, lei oggi mi ha fatto capire una cosa importante, che non mi era chiara, o meglio pensavo che appartenesse solo a me. Nel gruppo dei miei coetanei così sicuri, così legati tra loro io mi sono sempre sentita un'aliena. E invece sono gli altri a non aver capito.”

“E tu Chiara, che cosa hai capito dalla lezione di oggi?”

“Ho capito che la caratteristica dell'umanità è la solitudine, e tutto il fracasso che facciamo per apparire importanti agli occhi degli altri è solo un'ottusa messa in scena, per sentirci meno soli, in questo spazio immenso. Nonostante questo non abbiamo empatia. Leggiamo ogni giorno storie dei poveri profughi in fuga da paesi dove regnano guerre e ingiustizie, respinti, lasciati annegare, rigettati da altri uomini. Tutto questo non ha senso, dovremmo volerci bene tutti.”

Il vecchio professore sorrise : “Brava” disse, “hai capito il senso. E allora, cerchiamo di farci compagnia, di vivere in armonia e non in competizione, e ricordiamoci che siamo tutti sullo stesso barcone, in balia delle stesse onde, in viaggio verso la stessa meta, peraltro ignota. E se l'uomo è riuscito, nella sua imperfezione a lanciare un messaggio fra le stelle che forse qualcuno un giorno riuscirà ad interpretare vuol dire qualcosa.”

“Cosa prof? “

“Vuol dire che esiste una speranza e che l'uomo può fare cose grandi, grandissime, non solo distruggere, non solo guerre.”

“Speriamo prof, speriamo davvero!” rispose Chiara, mentre sul volto le sbocciava un sorriso che aveva tutto il sapore della primavera incombente.

© Silvana Maroni

PALE BLUE DOT

Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito hanno vissuto la propria vita. L'insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e contadino, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "comandante supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro ad un raggio di sole.
La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odii. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l'illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.
La Terra è l'unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c'è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora.
Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l'astronomia è un'esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci con più riguardo l'uno dell'altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto."
(da Pale Blue Dot) CARL SAGAN a proposito di un'immagine della Terra scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1, quando si trovava a sei miliardi di chilometri di distanza.

 FEDERICO SECONDO E I POETI FRA LE STELLE- PREMIO INTERNAZIONALE ED. 2024
PREMIO TITO STAGNO