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venerdì 2 gennaio 2026

UN BEL GIOCO


PREMESSA - LA TEORIA DI NICK BOSTROM

   È  possibile che la spiegazione delle incredibili coincidenze nelle leggi della natura sia che non si tratti per niente di coincidenze.
   Nick Bostrom, direttore dell'Istituto sul futuro dell'umanità dell'Università di Oxford, sostiene che c'è un'alta probabilità che il nostro universo sia una sofisticata simulazione computerizzata, una complicatissima realtà virtuale generata in un computer da una civiltà aliena molto più avanzata della nostra per scopi a noi ignoti. (Cavie? Esperimenti mirati?)
 Il programma sarebbe tanto complesso da permettere agli esseri simulati (noi, l'umanità intera) di provare sentimenti e l'illusione del libero arbitrio. Di tanto in tanto, però, alcuni errori nel codice produrrebbero degli eventi inattesi, o inspiegabili (come per esempio i miracoli, o le apparizioni di Ufo), oppure sarebbero gli stessi controllori della simulazione a
inserirli di proposito per studiare le nostre reazioni.  Il racconto si ispira a tale teoria.     

***

 Il bambino era ipnotizzato dallo schermo, assorto nel suo magnifico gioco, al computer. Da mesi ormai lavorava a quel complicato intreccio, ed era soddisfatto dei risultati.
"Una bellissima simulazione", commentò il padre rivolgendosi allo psicologo, "eppure strana!"
"Strana? oggi tutti i bambini giocano a progettare mondi, questo software è diffusissimo!"
" Certo, ma le fantasie di mio figlio hanno partorito situazioni di estrema violenza, ingiustizie, illogicità estese e ripetute…” Sospirò a questo punto il bravo papà, per riprendere subito dopo:
”Anche se devo riconoscere che questo suo mondo irrazionale ha un grande fascino!" 
 "Non si preoccupi", lo rassicurò lo specialista, "basterà interrompere il gioco e distrarre un po’ il ragazzo. Le consiglio di partire insieme per un bel viaggio e sono certo che al ritorno i passatempi di suo figlio rientreranno nei canoni di razionalità ed equilibrio, come per tutti i suoi coetanei".
    In brevissimo tempo il papà premuroso organizzò un viaggio straordinario, in giro per il pianeta, con tappe nei luoghi più suggestivi e le attività più divertenti. Il ragazzino accolse la proposta con entusiasmo.
Poco prima della partenza il padre si rivolse al figlioletto: "E allora? Dai, interrompiamola questa simulazione, spegni il computer!"
   Mentre lo diceva sentì uno strano magone, un senso di vuoto alla bocca dello stomaco, un'emozione nuova, indefinibile, che gli attraversava le membra: non avrebbe più visto, come era accaduto tante volte sbirciando il computer del ragazzo, quell'assurdo cielo azzurro e quella immensa distesa liquida di un improbabile blu, un blu profondo, inesistente sul loro pianeta.
 Il bimbo fu docile, entusiasta della nuova esperienza che lo attendeva. Spense subito e alla fatidica domanda “vuoi salvare?” rispose per la prima volta da tanto tempo (un tempo lunghissimo, quasi un’eternità, ma si sa, tutto è relativo!) con un “No”, convintissimo. Lo schermo precipitò in una voragine buia e vuota. E tale sarebbe rimasto.

***


Due innamorati sulla spiaggia di Procida prendevano il sole, abbracciati, godendo del tepore lieve delle prime ore di un limpido pomeriggio di settembre.
 Un leone affamato era sulle tracce di una gazzella in un caldo pomeriggio africano.
Un monaco tibetano osservava il Sole farsi largo fra i picchi innevati, che scintillavano ai suoi bagliori dorati, sempre più rossastri per l'approssimarsi del tramonto.
   Dall'altra parte della Terra un anziano giapponese guardava pensieroso la falce della Luna apparire alle spalle del monte Fuji.
 Nelle foreste del Borneo le urla delle scimmie squarciavano la notte.
 Tutti erano inconsapevoli.
 Bastò un "click" e nulla fu più, o meglio, da quel momento in poi NULLA FU MAI STATO.

 

 


 

martedì 7 maggio 2024

RISVEGLIO

 Katherine  non era del tutto sveglia, il suo corpo non rispondeva ai comandi del cervello che aveva ripreso, invece, a funzionare. Era rigida e sentiva letteralmente un fluido vitale scorrere giù per le vene, appena tiepido ma corroborante. Sapeva che per un po’ di tempo non sarebbe stata del tutto cosciente, così le avevano spiegato. La sfiorò il pensiero di un guasto improvviso all’astronave ma non volle pensarci, si sarebbe agitata. Come aveva appreso durante il lungo addestramento, fece degli esercizi di rilassamento ripercorrendo con la memoria le tappe della sua vita, fino a quella incredibile missione nello spazio.

   Con diligenza, da brava e scrupolosa scolaretta, iniziò lentamente a ricordare i trascorsi che l'avevano portata a credere nell’impresa di un gruppo di sognatori disperati, proprio come lei. Si rivide bambina in un centro d'accoglienza governativo, probabilmente ceduta da genitori poveri, imbarazzanti o corruttibili. O forse sognatori e disperati, anche loro, come aveva sempre preferito pensare.

   Eppure qualche flebile ricordo era rimasto nelle pieghe della sua corteccia: l’immagine di una donna bella e sorridente, dagli occhi scuri e i seni importanti. Una piccola casa lungo un fiume, uomini in divisa che sfilavano, armati fino ai denti. Era un puzzle incompiuto, a cui i suoi neuroni aggiungevano gradualmente elementi. In quel momento si accorse di averne di nuovi. Sorprendentemente, dopo quel lunghissimo riposo forzato altre memorie si erano stratificate nella sua mente. Ricordò per la prima volta lunghe mani ingioiellate, una montagna di banconote chiuse in una valigia nascosta sotto un vecchio letto in una casa di campagna. E ricordò il colore degli alberi, delle cascate, dei prati fioriti. Ma certamente non erano reali, Tutte queste cose non esistevano più da secoli sulla Terra e pensò che fossero il frutto della sua fervidissima immaginazione.

    Ebbe anche la sensazione di essere osservata, ma fu solo un attimo.

    La campagna era in realtà la periferia degradata di una metropoli tentacolare nei cui meandri accadeva di tutto, compresa la compravendita di esseri umani.

    Da bambina scriveva storie, su quaderni raccattati in un vecchio magazzino, con matite colorate  che temperava con un coltellino in dotazione al suo equipaggiamento. Storie fantastiche, vagheggiate, perse nella memoria e fuse con i sogni. In una di queste storie aveva una mamma e un papà e vivevano in una caverna nascosti dal mondo: era una vita avventurosa immersa in una natura viva e violenta, certamente anch’essa immaginaria. Le città infatti, erano sovrastate da cupole e agonizzavano, destinate ad una fine certa a causa della mancanza di  risorse: acqua potabile, cibo, combustibili e perfino l'ossigeno scarseggiavano.

   E poi all’esterno c'erano mille pericoli, orde di mutanti infestavano il mondo: erano esseri mostruosi che si cibavano di carne umana e devastavano ogni prodotto della civiltà; dotati di un’intelligenza superiore miravano alla conquista della Terra e soprattutto di altri mondi, visto che il pianeta dell’uomo era ormai ben poco vivibile. Diabolici e spietati, si temeva che si fossero infiltrati anche tra la popolazione delle cupole.

   Kathe sapeva che lo scopo della missione era la ricerca di  nuovi pianeti, veri eden dello spazio, future culle della specie umana. E loro erano gli eletti, i colonizzatori: scelti attraverso selezioni durissime, dal cervello ricondizionato e propenso solo al bene, da cui, come le era stato spiegato, erano state cancellate le orrende memorie che li riconducevano al loro mondo perduto.

   Sapeva che era una missione senza ritorno, affidata a qualche migliaio di umani addestrati sin dalla nascita. Tutti privi di affetti, di famiglia, di ricordi: le migliori pedine da giocare in quel viaggio senza ritorno, senza speranze, con pochissime prospettive di riuscita. Il sistema di comunicazioni con il pianeta di origine era affidato agli sviluppi di una teoria recentissima, sulla

“Persistenza della scia di luce attraverso il vuoto”, ben poco comprovata e abbastanza aleatoria. Ma era il presupposto teorico per la trasmissione e la ricezione dei dati: basata sul fatto che le onde elettromagnetiche creano un fronte che perturba lo spazio permettendo alle oscillazioni di giungere a destinazione prima della radiazione stessa, in buona parte funzionò.  

   Così l'equipaggio poteva comunicare i risultati della spedizione in tempi molto più brevi di quelli previsti dalla relatività, approfittando di scorciatoie cosmiche ben note e attraversabili anche dalla materia, quindi utili per il viaggio.

   Kathe, avvolta nella capsula protettiva, sentiva la pelle che si staccava a brandelli, una sorta di metamorfosi investiva il suo corpo: l'acqua scivolava via e con essa il bozzolo in cui era avvolta. Un involucro di fibre vegetali, una sorta di nido, costruito con tecniche raffinate, biotecnologiche.

Ricordava il mare, ma era un ricordo sfocato, sommesso, non era certa di averlo mai visto davvero.

Echi di voci indistinte, doloranti, fluivano veloci verso il percorso forzato di una memoria preconfezionata, ma che conteneva un pulviscolo sporco di verità. Le  sofferenze di una bambina alle prese con un mondo più grande di lei, dove la bugia e la verità si confondevano nel quotidiano, assolutamente indistinguibili.

  “Guarda negli occhi il mondo, dici sempre quello che pensi, rispetta le opinioni degli altri e combatti con tutte le tue forze chi non lo fa”.
  “Rispetta tutte le creature del pianeta, ama il pianeta, ama la natura per come è, senza regole anche se a volte appare crudele.” Una voce metallica ripeteva nella sua testa questi moniti.
“La natura non ha un piano prestabilito, solo gli uomini lo hanno; la natura vive di impulsi, sussulti, gemiti, ed  è lei la padrona. Come una madre ci ha accolti, ma può distruggerci con una spinta, con un soffio, con le sue lacrime confuse nella pioggia. Noi viviamo solo un attimo, nel tempo cosmico siamo meno di un battito di ciglia. Riempiamolo di vita questo piccolo momento che ci è toccato, e respiriamo questa vita fino in fondo, non lasciamo che ci scivoli addosso, presto rotolerà via comunque e le nostre tracce si dissolveranno nel vento di un nuovo autunno.”

  Erano parole scolpite nei neuroni del suo cervello, moniti, consigli, ma non riusciva ad associarli a nessuno, non umano almeno.

  Intanto la vista si schiariva, e sagome indistinte cominciavano a prendere corpo intorno a lei. Ectoplasmi che lentamente divenivano presenze reali, dai contorni definiti, di cui Kathe cominciava ad avvertire i respiri, i singhiozzi, le voci indistinte, gli odori. Ebbe una sensazione negativa, si sentì soffocare e per la prima volta provò paura, una paura irrazionale che presto si tramutò in terrore puro. Quando le sagome che intravedeva cominciarono a prendere corpo e i suoni furono distinguibili.

   Molti degli altri astronauti erano passati direttamente dal sonno profondissimo dell'ibernazione alla morte e giacevano nei loro loculi semiaperti da cui emanava un effluvio nauseabondo di carne putrefatta. Ma non tutti. C’era anche chi, risvegliandosi, si rendeva improvvisamente conto di ciò che accadeva e delle sue conseguenze.

   I recettori del suo nervo olfattivo non erano ancora del tutto attivi e neanche i coni e i bastoncelli della retina. La sua coscienza era assopita, avvolta dall'involucro ovattato dei ricordi.  Di lì a breve si sarebbe resa conto del destino che attendeva lei e i suoi compagni di viaggio, superstiti di quel “folle volo” della conoscenza e dell'arroganza umana.

   Mentre i sensi assopiti le si risvegliavano lentamente, Kathe riceveva lievi zaffate maleodoranti di carne putrefatta, fruscii di gemiti di dolore e singhiozzi provocati da conati di vomito, ma era immobilizzata nella sua capsula e non comprendeva a fondo l’orrore che la circondava. Perché per le poche decine di esseri risvegliatisi prima di lei da quel torpore paralizzante, l’unica via di sopravvivenza, l’unica risorsa per placare i morsi della fame era contenuta nei corpi ancora in vita dei compagni. Sarebbe stato così anche per lei.

   La realtà si presentò come un pugno nello stomaco. Nessuna poesia, nessun messaggio di conquista, di speranza o di amore. Ora le sfuggiva il senso profondo di ogni cosa, e soprattutto di quel folle viaggio.

   Quando Kate finalmente spalancò gli occhi sul vuoto, improvvisamente le ombre indistinte che era riuscita a scorgere presero forma: non era un bello spettacolo. C'era un tappeto di cadaveri, alcuni già decomposti e l'odore era nauseante. Ma la cosa peggiore era l’avanzare di quei corpi vivi e pallidi, miracolosamente resuscitati e famelici verso il suo loculo. Capì tutto in solo istante, e qualcosa scattò nella sua mente, un istinto da predatore implacabile, accuratamente nascosto nel suo DNA e perfettamente innestato nei falsi pensieri buoni che l’avevano accompagnata fino a quel momento: così raccolse le forze riposte in tanti anni di sonno forzato e una scossa violenta fece sussultare il suo corpo che si scagliò con indicibile violenza contro i malfermi assalitori.

   Il collegamento con la Terra era attivo, in audio e video, c’era solo un insignificante sfasamento temporale.

   Dal pianeta madre assisterono ad una battaglia tra esseri che non avevano più nulla di umano, che si strapparono a vicenda brandelli di carne viva, in una primordiale e atavica lotta per la sopravvivenza. Le immagini si chiusero, come nei peggiori “splatter” con un primissimo piano sul volto trasfigurato della donna: gli occhi fuori delle orbite, la bocca insanguinata e deformata in un ghigno sinistro.

  Dalla base terra echeggiò un coro di voci soddisfatte e concordi: “Missione compiuta!”

Erano LORO.

 L’ingente investimento economico in corpi da riprogrammare allo scopo di diffondere negli spazi quella  specie degenerata, cominciava a dare i suoi frutti e si avviava alla completa realizzazione. Avrebbero occupato altri pianeti e, forse, la galassia intera.

© Silvana Maroni

 


martedì 30 aprile 2024

GIOVE E VENERE

 Incontro di astri che splendono

nella luce incerta del crepuscolo
e si tuffano nel buio
tenendosi per mano.
Notte dopo notte
si rincorrono
si raggiungono fino a stringersi in un fugace abbraccio.
Poi fuggono di nuovo
ognuno lungo un'orbita straniera
che non appartiene all'altro,
ognuno solitario nel suo incedere nel cosmo
passo su passo
luce su luce.
Ognuno libero e lontano
da chiunque altro.
Ognuno sicuro lungo una strada
segnata dal filo invisibile della gravità.
Solo noi quaggiù li vediamo incontrarsi
e poi fuggire via
come due innamorati, presi in un gioco perverso,
eterno, ricorrente,
eppure inesistente.
Un amore che li vedrà lasciarsi e ricongiungersi
baciarsi e abbandonarsi
per poi ritrovarsi dopo anni, secoli , millenni
negli occhi offuscati di chi li osserva
per sempre uniti.
Si sa,
solo gli amori impossibili
sanno sfidare l'eternità.
S.M.

Foto marzo 2023 - Congiunzione Giove-Venere

domenica 28 aprile 2024

ASTRI

 

L'universo sussurra e grida


storie di stelle e pianeti.


Di nebulose scolpite da polveri d'oro, d'ametista, di cupo zaffiro,


di viaggi lungo solchi invisibili incisi dal tempo,


scalpello del cosmo.


Di mondi spariti in un battito d'ali.


Di mostri voraci di luce


affamati di fotoni impazziti


che vorticano inghiottiti da forze tenaci


e lasciano posto al buio più profondo.


Di montagne di gas che, nel vuoto,


creano coreografie luminose


piegate dalla gravità,


che vince su tutto.


Mille occhi di fuoco,


che dico mille, milioni, miliardi


miliardi di miliardi.


Occhi forse oggi spenti


segnano il passo del viandante astrale


e giungono, inesistenti, dopo il lungo viaggio,


a brillare quaggiù


in una vuota lusinga d'immortalitá.


S. M.

© Silvana Maroni


venerdì 19 aprile 2024

CINQUE PER CENTO

 Era la fine del mondo. L’asteroide diretto verso la Terra disegnava nel cielo scuro una scia luminosa, come la stella cometa di un vecchio Natale, il primo, quello vero. Gli strali lanciati con rabbia dal dio dell’universo sarebbero ricaduti sull’uomo e le sue colpe. La gravità attirava quella materia impazzita e non c’era scampo per nessuno sul vecchio e stanco pianeta, da tempo succube dell’arroganza umana.

Anche se stavolta l'uomo non c'entrava nulla. Era stato il caso che aveva posto quel masso in rotta di collisione con la Terra. Puro caso.

Lui era in strada, al contrario della maggioranza. Era stato nel tunnel della metropolitana ma aveva trovato un vero inferno: schiamazzi, urla, litigi furiosi. Qualcuno pregava, altri piangevano disperati, qua e là c'era chi si sparava droghe ottenute a prezzo irrisorio.

 I soldi erano già carta straccia.

Preferì non mescolarsi a quella marea umana impazzita, decise che sarebbe morto all’aria aperta, guardando in su, disteso sotto quello stesso cielo che in passato aveva osservato carico di amore e di curiosità, scrutato al telescopio, ammirato nelle notti limpide e che ora gli stava crollando addosso. Briciole di cielo avrebbero cancellato l'umanità. L'Universo non se ne sarebbe neanche accorto. Intorno vedeva sfrecciare veicoli sovraccarichi di bagagli, provviste, masserizie, come se ci fosse stato uno scampo, un luogo sicuro dove nascondersi. C'era ancora qualcuno che coltivava illusioni e incredulità.

Nella realtà la speranza era legata ad un filo sottilissimo. I notiziari erano stai chiari: le  sonde inviate per distruggere l’asteroide o deviarne la traiettoria mortale avevano fatto cilecca, o quasi. Avrebbero fatto tutti la fine dei dinosauri.

 Le possibilità di salvezza erano irrisorie, legate ad un ipotetico impatto con un altro frammento impazzito. Sarebbe stato come fare filotto sull'immensa tavola di biliardo azzurra srotolata lassù, a sovrastare l'umanità disperata, ormai consapevole di non essere la padrona su quel sassolino alla periferia della galassia.

Si parlava di una percentuale intorno al 5%, un nulla.

 Si recò davanti al mare e si distese sulla spiaggia, in prima fila per l’ultimo spettacolo. Maledisse se stesso, aveva desiderio di fumare ma aveva smesso all'improvviso, poche settimane prima, spaventato dai soliti allarmismi dei medici, ora ridicoli a dir poco.  Si frugò lo stesso nelle tasche, e fu premiato. Sul fondo trovò un pacchetto accartocciato con un’ultima sigaretta. Una su 20. “ E’il 5%” pensò. “Si può essere fortunati due volte?”

Gli venne su un sorriso beffardo. L’accese aspettando gli eventi.

© Silvana Maroni

 

 


giovedì 18 aprile 2024

LEZIONE DI ASTRONOMIA

 Il professore entrò in classe alle otto del  mattino del primo giorno di primavera portando con sé la gioia e la sensazione di rinascita che spesso si accompagna alle giornate ventose di marzo. Un mese ribelle, indeciso, motivato anche lui a portare scompiglio nei cuori e nelle giovani menti. Il professore lo sapeva bene: materia grigia da plasmare, stimolare, affinare alla ricerca di un pensiero critico. Ardua missione ai tempi dei social, di internet e della filosofia del “sempreconnessi”.

“Oggi ragazzi  voglio invitarvi a riflettere su un'immagine, una foto molto significativa.” Esordì il docente rivolgendosi alla platea distratta, indaffarata in mille attività che sembravano essere ben più importanti.

“Posate i telefonini e state attenti!”

Accese la LIM e si collegò al suo account di Drive aprendo un'immagine che sembrava sfocata, fatta di alcune righe colorate su un fondo scuro, dove, piccolissimo, si scorgeva un minuscolo puntino luminoso.

“Vedete questa immagine? Bene, è stata scattata nel 1990 dalla sonda Voyager1 lanciata nello spazio nel  1977. Qui era ad una distanza di circa 6 miliardi di chilometri dalla Terra. La sonda  contiene un disco placcato in oro con registrazioni di immagini e suoni del nostro pianeta, destinati a chi, forse, un giorno la dovesse trovare. Un messaggio in bottiglia nell'oceano dello spazio e del tempo che condensa, se ci sarà qualcuno lassù che saprà leggere e ascoltare, la conoscenza e la bellezza del nostro meraviglioso pianeta e dell'ingegno umano. Ci sono suoni naturali come il rumore delle onde o del vento, o il canto degli uccelli e quello delle balene, brani di musica, di Bach e di Beethoven, ma anche Johnny B.Goode di Chuck Berry, un classico del Rock and Roll, e poi tante foto, filmati...”

“Prof ma secondo lei esistono alieni che ci capiranno qualcosa, che sapranno far partire un vecchio disco? Neanche noi usiamo più i CD.” Disse Paolo, interrompendo il docente.

“Manca il rap, gli alieni si annoieranno!” Gli rispose Giovanni.

Anche Luca era in vena di fare battute: “Prof, mi dica che c'è almeno un dribbling di Maradona o una rovesciata di Pelè. Il gol del Pibe contro l'Inghilterra potevano metterlo, è un capolavoro!”

“Quello non l'aveva ancora fatto!” Rispose il professore, anche un po' divertito, cercando di riportare la discussione nel solco giusto, con fatica.

“E il puntino? Cos'è?”

“La foto non è venuta bene, cosa rappresenta?”

“In quella foto ci siamo tutti noi , o meglio, voi non ci siete perché troppo giovani, ma io sì perché il puntino è la Terra.” Riuscì finalmente a spiegare il professore.

Il particolare sollevò l'interesse della platea, che da mare piatto appena increspato si trasformò in una vera e propria tempesta. Un fuoco di fila di domande investì il docente:

“Ma come la terra? E chi l'ha scattata, gli alieni?”

“Come si fa ad essere sicuri che si tratta della terra?”

“Prof dove sono il Sole e gli altri pianeti? Giove è gigantesco, non dovrebbe stare dalle nostre parti?”

“La foto è stata scattata automaticamente dalla sonda stessa che ha ruotato la fotocamera

Si è fatta un selfie insomma, con tutti gli abitanti del nostro pianeta.”

“Ma c'è dell'altro, ed è molto interessante: si tratta il commento di Carl Sagan, lo scienziato che ideò questa missione e lavorò per realizzarla, è un ammonimento per tutti. Leggi Antonella! “

Così disse porgendo un foglio ad una ragazzina bionda al primo banco. Altre fotocopie del foglio furono distribuite a tutti gli studenti.

Antonella iniziò a leggere:

«Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso... ogni essere umano che sia mai esistito, ha vissuto la propria vita.... su quel minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole …

...Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino.

… L'illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico... 

... Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo?

... Il  pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto.»

Le meravigliose parole, sempre attualissime, conquistarono tutti e nell'aula per qualche istante calò il silenzio.

Lo ruppe Lorenzo, cui fecero eco un po' tutti gli altri:

”Prof, come siamo piccoli.”

”È un po' triste tutto questo!”

”Ma che triste, è stupendo!”

”Io non penso che siamo gli unici, sarebbe assurdo!”

”Un granello di polvere sospeso in un raggio di sole. Non è poetico?”

”Mi ricorda la poesia di Quasimodo: Ognuno sta solo sul cuor della terra...”

”Proprio così più o meno, siamo tutti lì, ma siamo anche soli.“

”È  proprio vero che ci stiamo autodistruggendo. L'ambiente inquinato, l'odio tra gli uomini, la violenza. Dovremmo volerci più bene.”

“E voler più bene al nostro pianeta. Non ne abbiamo un altro!”

”Sì, ci dovremmo voler bene tutti, senza distinzione di colore, bandiera, religione...”

”..e fede calcistica, potrei voler bene anche ad uno della Lazio.” Aggiunse Luca, sorridendo e sdrammatizzando bruscamente il tono della discussione.

A quel punto la magia di quella lezione speciale fu interrotta sul suono della campanella che, come ben sa chi abbia frequentato le aule scolastiche, può tutto e interrompe tutto.

Chiara, all'ultimo banco, era l'unica a non aver proferito parola, alzò la mano mentre gli altri già riponevano libri e quaderni.

”Professore, volevo ringraziarla...”

“Chiara è il mio lavoro, oggi ho fatto una lezione ispirandomi ad una foto che sembra impossibile e al pensiero attualissimo di un grande scienziato che purtroppo non è più con noi...”

Chiara lo interruppe, con garbo. Con il tono pacato di chi era stata sempre relegata in un angolino. Una studentessa riflessiva, intelligente ma non brillante, così dicevano sempre i docenti alla sua mamma. Prigioniera della gabbia della timidezza, tipica di tanti adolescenti.

“No professore,  lei ha fatto molto di più, sa, lei oggi mi ha fatto capire una cosa importante, che non mi era chiara, o meglio pensavo che appartenesse solo a me. Nel gruppo dei miei coetanei così sicuri, così legati tra loro io mi sono sempre sentita un'aliena. E invece sono gli altri a non aver capito.”

“E tu Chiara, che cosa hai capito dalla lezione di oggi?”

“Ho capito che la caratteristica dell'umanità è la solitudine, e tutto il fracasso che facciamo per apparire importanti agli occhi degli altri è solo un'ottusa messa in scena, per sentirci meno soli, in questo spazio immenso. Nonostante questo non abbiamo empatia. Leggiamo ogni giorno storie dei poveri profughi in fuga da paesi dove regnano guerre e ingiustizie, respinti, lasciati annegare, rigettati da altri uomini. Tutto questo non ha senso, dovremmo volerci bene tutti.”

Il vecchio professore sorrise : “Brava” disse, “hai capito il senso. E allora, cerchiamo di farci compagnia, di vivere in armonia e non in competizione, e ricordiamoci che siamo tutti sullo stesso barcone, in balia delle stesse onde, in viaggio verso la stessa meta, peraltro ignota. E se l'uomo è riuscito, nella sua imperfezione a lanciare un messaggio fra le stelle che forse qualcuno un giorno riuscirà ad interpretare vuol dire qualcosa.”

“Cosa prof? “

“Vuol dire che esiste una speranza e che l'uomo può fare cose grandi, grandissime, non solo distruggere, non solo guerre.”

“Speriamo prof, speriamo davvero!” rispose Chiara, mentre sul volto le sbocciava un sorriso che aveva tutto il sapore della primavera incombente.

© Silvana Maroni

PALE BLUE DOT

Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito hanno vissuto la propria vita. L'insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e contadino, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "comandante supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro ad un raggio di sole.
La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odii. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l'illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.
La Terra è l'unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c'è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora.
Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l'astronomia è un'esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci con più riguardo l'uno dell'altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto."
(da Pale Blue Dot) CARL SAGAN a proposito di un'immagine della Terra scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1, quando si trovava a sei miliardi di chilometri di distanza.

 FEDERICO SECONDO E I POETI FRA LE STELLE- PREMIO INTERNAZIONALE ED. 2024
PREMIO TITO STAGNO







 

venerdì 25 novembre 2022

BOLLE

BOLLE 

La favola dell’Universo




La strega Malvina era assorta, attentissima a ciò che accadeva nel suo prezioso pentolone che ribolliva di schiuma.

Una schiuma coloratissima: verde, arancio, azzurro, rosa; tutti i colori, anche quelli sconosciuti all’occhio umano, erano condensati in quel magma dalle singolari caratteristiche. Come in una sorta di arcobaleno ballerino, le bolle colorate salivano e scendevano, rotolavano qua e là danzando armoniose e allegre, con somma soddisfazione della loro artefice.

Pian piano, arrivarono tutte le altre streghe: Beatrix, Volpina, Melampa, Bergonza, tutte si congratulavano con lei.

La poltiglia verdognola ribolliva ed emanava un odore nauseabondo ma sembrava ben riuscita. Le creature del mondo della fantasia festeggiavano felici il magico evento.

La danza degli elfi e delle fatine alate riempiva il nulla di luci colorate, di scie dorate ed argentate, il canto delle sirene richiamava verso il mare cristallino popolazioni di strani animali dalle sembianze quasi umane, mentre le magiche bolle colorate uscivano dal pentolone e diffondevano nello spazio vuoto, che gradualmente si andava riempiendo.

Inizialmente quello spazio irreale non solo era vuoto, ma era anche privo di colore, forma e tempo, popolato soltanto da quegli strani esseri che, come tutti sanno, non esistono se non nella mente dei bambini, dei pazzi e dei sognatori: unico accesso a quel mondo incantato.

“Ogni bolla è un Universo” gracidò trionfante Malvina, in sintonia col miagolio di Diablo, il suo gatto nero, anch’esso creatura di pura immaginazione.

“Universo?” chiese stupita Beatrix.

“Sì!, ed ognuna è nata da una piccola esplosione, un “little bang”, che gli abitanti delle bolle vedranno come immenso...Come un “big bang””!

“Creature?” – “Sì, nelle bolle nascono stelle brillantissime e pianeti popolati di esseri capaci di pensare e ragionare, fino a capire la propria origine!”

“Capiranno di essere nati nel pentolone di una strega?” ribatté Melampa scoppiando in una fragorosa risata.

“Questo no! Un’ipotesi del genere può essere concepita solo dalla fantasia e le creature delle bolle la perderanno presto. ”Rispose Malvina con una punta di tristezza.

Da lontano, arrivavano ogni giorno lunghe file di bizzarri personaggi: alcuni restavano a riempire quel luogo altri sparivano dopo poco. Lì vicino c’erano tre bambini: uno aveva gli occhiali tondi ed era molto curioso. Diceva di essere un piccolo mago ma gli incantesimi non gli riuscivano mai e le streghe lo prendevano in giro. Tutti erano allegri anche le piccole figure di omini zoppi e di soldatini senza armi: la loro esistenza era un gioco, ed il gioco li teneva in vita.

Intanto nelle bolle il tempo volava via veloce mentre le streghe, per l’eternità, avrebbero continuato a rimestare la poltiglia cosmica nel pentolone sotto l’albero senza radici: era il loro unico compito ed il loro divertimento anche perché laggiù il tempo non esisteva, né sarebbe mai esistito. Un attimo, un secolo, un millennio: non c’era alcuna differenza!

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La teoria dell'universo a bolle, proposta da Andrej Linde , si inquadra bene con la teoria ampiamente accettata dell'inflazione cosmica. Tale teoria comporta la creazione continua di universi derivanti dalla schiuma quantistica di un "universo genitore".

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Non si sa però cosa sia a produrre le bolle e nessuno mai lo saprà. Perché? Semplice: l’uomo tecnologico non ha contatti con il mondo della fantasia, da cui nasce tutto. Lo hanno soltanto i bambini e i sognatori, come già è stato detto, ma ad essi non crede mai nessuno!

© Silvana Maroni



giovedì 3 marzo 2022

IL RAGGIO VERDE

 Verde acido, verde pisello, verde pistacchio, verde bottiglia, verde mela, verde prato, verde bandiera. Quante sfumature dello stesso colore! Ma verde stella? No, verde stella non c'è.

Le stelle sono caratterizzate da diversi parametri fisici: dimensioni, distanza, luminosità, temperatura. Dalla temperatura dipende il COLORE, in base al quale ogni stella è inserita in una classe spettrale. Le diverse classi sono contraddistinte da una lettera dell'alfabeto: dalle più calde alle più fredde O,B,A,F,G,K,M, che gli astronomi ricordano grazie alla frase scherzosa: “Oh Be A Fine Girl Kiss Me”.

Manca il verde però, o meglio una stella presumibilmente verde dovrebbe avere una temperatura superficiale compresa tra 6000 e 7000 K.

Osservando il cielo da terra, non è generalmente possibile osservare stelle di colore verde, tranne in particolari o rare condizioni poiché l'occhio umano percepisce come bianche le radiazioni luminose emesse da queste stelle. 

In maniera simile l'occhio umano non vede facilmente il colore viola delle stelle molto calde che appaiono blu.

È la  temperatura della superficie di una stella a determinare il suo colore: ad esempio, una stella molto “fredda” (di una temperatura relativamente bassa!) emette una radiazione con lunghezza d'onda lunga e quindi appare di colore rosso, mentre una stella molto calda emette radiazioni elettromagnetiche con una lunghezza d'onda molto piccola e come tale appare di colore blu. Di conseguenza le stelle con temperatura intermedia hanno un colore variabile che, partendo dal rosso (temperatura bassa) verso il blu (temperatura alta), può andare dall'arancione al giallo al bianco.

La spiegazione sul perché nell'universo esistano stelle di ogni colore, tranne il verde, deve essere ricercata nella fisiologia del corpo umano, ed in particolare nella specifica curva di risposta spettrale dell'occhio umano.

  Gli occhi umani infatti, grazie ai coni, fotorecettori posti sulla retina, percepiscono solo il colore dominante della radiazione. Le stelle fredde emettono radiazioni con picco dominante nel rosso, per cui vengono percepite come rosse; viceversa le stelle calde emettono radiazioni con picco dominante nel blu. Le stelle aventi una temperatura con un picco dominante nel verde inviano anche tutte le altre radiazioni luminose incluse nello spettro e queste radiazioni sono in grado di attivare contemporaneamente tutti e tre i tipi di coni oculari che catturano la luce verde, blu e rossa. Queste informazioni vengono inviate al cervello che rielabora i tre colori percepiti dalla suddetta radiazione (verde, rosso e blu) e li interpreta come bianco.

Il risultato è che una stella "tecnicamente" verde appare all'uomo come bianca.

   Il raggio verde è un fenomeno ottico visibile quando il Sole, all'alba o al  tramonto, crea una sottile striatura luminosa dal colore verde, che dura pochi istanti, di un'intensa tinta verde smeraldo.

Il fenomeno è dovuto alla rifrazione della luce da parte dell'atmosfera quando i raggi solari, attraversando uno strato d'aria più spesso, vengono scomposti come in un prisma ottico nelle varie componenti colorate, e fra queste quella verde si distingue per contrasto con la tonalità generale giallo-arancione del cielo.

Il colore del raggio è il “verde veronese”, così chiamato in onore del pittore cinquecentesco Paolo Veronese, famoso per la ricchezza cromatica della sua tavolozza.

L'origine del raggio verde è ascrivibile soprattutto  al fenomeno della “dispersione atmosferica”: la distanza percorsa dalla luce nell'atmosfera aumenta in prossimità dell'orizzonte.  Al momento dell'alba e del tramonto il Sole appare quindi come una serie di dischi leggermente sfasati tra di loro, che scompaiono progressivamente seguendo il grado di rifrazione delle varie componenti spettrali della luce. In questo modo svaniscono prima il rosso e il giallo, caratterizzati da una lunghezza d'onda maggiore, e solo dopo il verde e il blu che hanno lunghezze d'onda minori.

Diversi altri fenomeni, oltre a quello della dispersione, concorrono nel loro insieme alla formazione del raggio verde. Vi sono infatti diverse sostanze e particelle presenti nell'atmosfera, quali l'ozono, il vapore acqueo e il particolato che riescono ad assorbire selettivamente i colori rosso e arancione favorendo quindi la visibilità del verde.

Il raggio fu notato già nell'antichità: gli Egizi in particolare ritenevano che il disco solare una volta sparito al di sotto dell'orizzonte si tingesse di verde smeraldo, per poi riprendere la colorazione usuale all'alba successiva.

L'interesse per le origini di questo fenomeno crebbe grazie alle diverse testimonianze di chi vi assisteva. Tra i tanti a rimanere affascinati da questi racconti fu Jules Verne, che nel 1882 dedicò al raggio verde un romanzo: “ Le Rayon vert” ispirato ad una credenza del folklore scozzese, probabilmente immaginata dall'autore stesso, secondo cui chi riesce a catturare con lo sguardo quest'effimero «raggio dell'anima» sarebbe in grado di riconoscere con chiarezza i sentimenti propri e altrui.

Malgrado la dimostrazione scientifica del fenomeno, questo non ha mai cessato di esercitare un certo fascino, tanto che il raggio verde, oggetto anche del film del 1986 di Éric Rohmer, è   radicato nella mitologia di diversi luoghi come Capri,  che ha addirittura dedicato al fenomeno un belvedere dinanzi Villa Lysis, dove si ritiene sia più facile cogliere il guizzo verde sprigionato quando l'acqua e il Sole si incontrano. 

Nel film del 2007 Pirati dei Caraibi - Ai Confini del mondo,  i pirati  sono costretti a ribaltare la nave facendola oscillare, così da essere sott'acqua nel momento del «Verde Baleno», fenomeno che si manifesta con un lampo di luce color smeraldo al tramonto, quando il sole scompare nel mare, e che collegherebbe il mondo dei vivi a quello dei morti che sono ancora in attesa d'essere giudicati. È un palese riferimento al raggio verde, al quale molti marinai hanno attribuito nell'antichità, un qualche potere arcano.

 

© Silvana Maroni


Villa Lysis, Capri


giovedì 11 febbraio 2016

UNIVERSO




Incendi di stelle
in un baratro di pochi atomi:
il vuoto
è la tua essenza più profonda.

Eppure, in un delirio d'infinito,
nel caos delle tue forme
si cela un ordine segreto.

Ciò che più in te sorprende
è l' esistenza.

Solo l'uomo,
grumo di molecole sperdute,
solitarie,
ma vive e pensanti
analizza e comprende
la tua folle, invisibile immensità.


© Silvana Maroni

domenica 24 gennaio 2016

INFINITO

L'infinito matematico
ha la forma di un otto coricato.
Leopardi vi naufragò
guardando
oltre una siepe e un colle.
Einstein lo trovò nell'universo
e nella stupidità dell'uomo.
L'infinito è un tempo circolare,
uno spazio senza involucro.
E' nei numeri che non finiscono mai,
è fra un numero e il suo successivo.
L'infinito è nel ciclo di una goccia d'acqua,
nelle trasformazioni della materia
che imputridisce per poi rinascere.
Cerchi nell'acqua,
onde simmetriche,
da un epicentro di energia indifferenziata
diffondono verso l'immenso:
Viaggiano a cavallo di un raggio di luce
senza mai interrompere la folle corsa
sorpassano il braccio di Orione,
Andromeda,
s'incurvano inghiottite dal vortice oscuro
di un buco nero.
Ma riemergono.
Dove?
In un Universo di antimateria?
in una stella abortita?
Nel buio profondo del nulla,
Forse.

© Silvana Maroni