“Impara
sempre a scegliere, o ci sarà qualcuno che lo farà per te”.
Lo
diceva sempre ai suoi figli.
Viveva in una specie di limbo; un
limbo dalle tinte sfocate, in cui si sprecavano i “forse”, i “può darsi”, i
“non so”.
In un caldo pomeriggio di maggio
Giada passeggiava per la Riviera di Chiaia. Era tanto tempo che non passava più
da quelle parti; era diventata “vomerese” a tutti gli effetti e questo, con una punta di snobismo, non le
piaceva affatto.
I cumuli di immondizia appestavano
l’aria già precocemente afosa. Un’aria carica di miasmi insopportabili,
provenienti sì dalla spazzatura abbandonata da mesi ma anche dal suo passato, e
più che mai dal suo presente.
Passò davanti al benzinaio: “Ciao
Gennaro”.
“Ciao Giada, come mai da queste
parti? Non ti vedo da un secolo!” Rispose l’uomo cortese e felicemente sorpreso
dell’incontro. Giada era ancora una bella donna, nonostante l’età non proprio
da ballo delle debuttanti e a lui venne subito in mente il paragone con la
ragazzina esuberante di un tempo che gli faceva girare la testa con le
minigonne “ascellari” tanto di moda. Era l’epoca in cui nel pomeriggio, dopo
aver studiato, Gennaro scendeva ad aiutare il padre buonanima, in officina: un
ragazzo modello, mica uno scapestrato come ce n’erano tanti.
Quelli coi soldi soprattutto.
Giada sorrise e senza fermarsi
rispose con gentilezza: ”Avevo bisogno di respirare un po’ d’aria diversa” “e
di pensare” aggiunse tra sé.
Ed infatti pensava, o meglio,
ricordava.
Ricordava l’amica Paola, compagna di avventure
e disavventure, custode dei suoi grandi segreti di ragazzina che si affacciava
alla vita, le “vasche” a via dei Mille a cercare di incrociare “quello”
sguardo, e poi i cortei, la contestazione, il vento che portava il profumo di
una nuova stagione. E di tante illusioni e disillusioni.
Una
breve primavera, poi il buio, la malattia, il lutto. La parabola di
Paola aveva avuto una breve curva, ripiegata su sé stessa era finita pochi anni dopo l’adolescenza.
Un dolore insopportabile.
Lei invece era ancora lì, a rivivere
ricordi come pugnalate, a rinverdire nella mente dettagli che sembravano sepolti da tonnellate
di memoria. La frangetta tagliata troppo
corta, le calze smagliate nel bel mezzo di una festa, lo schiaffone di suo
padre, l’unico che le avesse mai dato.
E infine, ma non ultimo per
importanza, il ricordo di uno sguardo celeste che le imponeva un addio senza
condizioni, che la mollava senza pietà lasciandola sola con sé stessa, in un
momento difficilissimo della sua vita.
Non l’avrebbe mai dimenticato e
anche solo il pensiero le provocava ancora un senso di vuoto alla bocca dello
stomaco.
Persa nei suoi pensieri, Giada fu
sorpresa da un vociare concitato alle sue spalle: stava accadendo qualcosa,
proprio davanti al distributore, e mentre si voltava per capire cosa fosse ci
fu un fragore, lo scoppio, il boato
sordo e ripetuto di tre colpi di pistola : la testa sembrava stesse per esplodere anch’essa.
Giada si voltò di scatto e vide un bagliore, una luce intensa, poi tutto rosso:
sangue ovunque.
Ma vide anche qualcos’altro: uno
sguardo, due occhi di un azzurro trasparente come laghi ghiacciati. Un volto
che le si stampò nella testa. Indelebilmente.
Il mondo si stava fermando. Proprio
in quell’istante.
Cadde a terra.
Gennaro giaceva a pochi metri da lei
in una pozza di sangue, la testa rivoltata, la benzina inondava il marciapiede
e veniva risucchiata all’interno di un tombino. Vide a stento la scintilla.
L’onda d’urto dello scoppio la
lanciò lontano come un vecchio fantoccio, ma Giada riuscì miracolosamente a
recuperare le forze e scappò via, velocissima. Le gambe roteavano come pale di
un mulino, in meno di un lampo fu a casa di sua madre, di lì a pochi passi, in
via San Pasquale a Chiaja.
Lacera e bruciacchiata si attaccò al
campanello.
Passarono due minuti abbondanti
prima che l’anziana donna aprisse, sembrarono due secoli. Giada si era
accucciata a terra, sul pianerottolo, e piangeva.
Maria apparve sorpresa della visita
della figlia, ne abbracciò il corpo tremante e le accarezzò a lungo i capelli:
“Cos’è successo?”
“Una rapina credo, hanno sparato.
Gennaro il benzinaio…credo sia morto.”
La donna restò in silenzio e abbassò
gli occhi: “vieni, hai bisogno di un bagno caldo” disse alla figlia.
Giada uscì dal bagno più tranquilla,
si raggomitolò sul vecchio divano avviluppata nel suo accappatoio verde e
azzurro, che era stato un regalo di Natale di tanti, tantissimi anni prima.
Nella sua vecchia stanza trovò altri
abiti dimenticati: un jeans sdrucito che adorava e che, sorprendentemente, le
entrava ancora, la maglietta da hockey col numero 11 comprata a Resina, di tre
taglie più grandi. Fu un tuffo nel passato, praticamente nella preistoria.
Ma non riusciva a togliersi dalla
mente quegli occhi, quello sguardo, quel bagliore; continuava a ripensarci.
Quegli occhi trasparenti li conosceva da sempre, o forse erano uguali ad altri
occhi, mai dimenticati.
Occhi duri e spietati, assassini del corpo gli
uni, dell’anima gli altri. Occhi diafani e lucidi come pugnali di ghiaccio.
Poi entrò sua madre.
Le due donne si ritrovarono
finalmente l’una di fronte all’altra, gli occhi negli occhi, ma entrambe
avevano la vista offuscata dalle lacrime.
Gocce di rimpianti, parole non dette,
giudizi affrettati, occasioni perdute.
Cominciò Maria, la madre:
“Scusami tesoro, so di averti
condizionata…Non volevo, te lo giuro, non sapevo, non potevo sapere”
“ Lo so mamma, così doveva andare,
sono io che non ho avuto abbastanza coraggio. Ho una rabbia dentro: un vulcano
pronto ad esplodere”.
“Forse è già esploso e neanche lo
sai”.
Ma qualcuno le interruppe:
“Papà”
L’uomo, molto anziano, senza dire
una sola parola strinse al suo petto la figlia: Quella figlia unica tanto
amata, avuta in età già avanzata, bella come il sole, laureatasi a pieni voti,
era il suo orgoglio, il suo fiore all’occhiello, la sua vincita al Totocalcio
della vita.
Era stato molto felice quando aveva
saputo che si sarebbe sposata con un bravo ragazzo, uno senza grilli per la
testa, avvocato già affermato, solo più anziano di lei, di parecchi anni: ma
quella era una garanzia.
Così la sua piccola non avrebbe mai
imboccato una cattiva strada, avrebbe avuto una bella famiglia e la sicurezza
economica. Lui questo voleva, ed anche sua moglie.
“Devi andare subito a casa, Giada”
le disse, intuendo la malcelata inquietudine della figlia, “ il tuo posto è con
tuo marito e i tuoi figli, hanno tanto bisogno di te e devono essere subito
rassicurati sul tuo stato di salute. Quaggiù è successo un pandemonio!”.
Giada aveva già sentito quelle
parole erano state sempre un incubo per lei, una cantilena crudele, la solita
solfa sui doveri di moglie e di madre ma stavolta non resse ed iniziò ad
urlare, scoppiando in un pianto dirotto: ”Anch’io avevo bisogno di te, di
mamma, di voi due. Non avevo né fratelli né sorelle, solo voi!”
Detto questo fuggì via, si arrampicò
velocissima sulle scale di servizio, che dalla cucina portavano al terrazzo di
copertura, il suo vecchio rifugio, non voleva ascoltare più nulla.
Alle sue spalle riuscì appena a
sentire il campanello di casa e la voce della madre: ”Torna indietro Giada, è
venuta Paola, ti è venuta a prendere”.
“Vecchia aterosclerotica” pensò
Giada con una punta di cattiveria. Paola non esisteva più, aveva 19 anni oramai
per sempre.
Dalla terrazza della vecchia casa si
vedeva salire un filo di fumo: l’incendio del distributore alla Riviera. Quel
fumo offuscava l’aria e i pensieri.
Giada cominciò a sentirsi confusa,
la testa le girava e sentiva un dolore nel petto.
Continuava a pensare al passato: si
era sposata per amore, per l’immenso amore che aveva per i suoi genitori, così
loro avrebbero voluto. Una vita incanalata nei binari canonici della famiglia e
della tradizione, quanti impulsi aveva dovuto sopprimere! L’uomo che era
diventato suo marito però, non l’aveva mai amato.
Mai, neanche per un momento.
In alcuni periodi l’aveva odiato
profondamente, poi era precipitata nel baratro di un’indolente indifferenza.
Lui ormai era un sessantenne vanesio dai capelli tinti che passava da
un’avventura all’altra, tutte con ragazze giovani, dell’età delle gemelle, 20
anni circa, alcune certamente a pagamento.
Aveva voluto avere tanti figli, una
famiglia numerosa: quattro bambini, due cani, un canarino e tanti pesciolini
rossi nell’acquario.
Moltissime cose di cui occuparsi.
Essere e sentirsi indispensabile: di questo Giada aveva avuto bisogno e aveva
dimenticato quanto fosse importante l’amore, quello vero, quello che ti fa
confondere, che alterna momenti di pura estasi a pugni nello stomaco.
Ma forse all’amore ci aveva
rinunciato da tempo, consapevolmente, dal giorno in cui due occhi taglienti
come lame gli avevano parlato. E le parole erano state lame ancor più affilate.
E oggi, occhi altrettanto taglienti
le avevano detto qualcosa, forse una minaccia. Lo aveva visto bene in volto
quell’assassino e l’avrebbe riconosciuto tra mille. Forse era in pericolo.
Respirò profondamente e si soffermò,
assorta com’era in tutti quei pensieri, ad osservare dall’alto quella strada
che l’aveva vista bambina al primo giorno di scuola, col grembiulino candido e
le treccine bionde, adolescente imbranata al primo appuntamento e donna matura,
con i figli in carrozzina.
Tutto sembrava immutato.
Qualcosa alle sue spalle la
risvegliò da quella specie di “trance” in cui era caduta. Erano le voci dei
ragazzi, voci confuse, concitate, incomprensibili.
Cosa ci facevano lì?
La confusione aumentava.
Il panorama era cambiato, il filo di
fumo sparito, il mare si era allontanato. Era sul terrazzo di casa sua, in via
Palizzi, al Vomero. Non capiva.
I suoi figli sembravano non vederla,
soltanto Puck, il vecchio cane, prese a scodinzolare e si accoccolò ai suoi
piedi.
Ora la confusione regnava sovrana e,
come continui flash, le tornavano nella mente quegli occhi, quegli occhi tanto
cattivi e nel contempo tanto familiari che aveva incrociato poche ore prima.
Non sentì i passi solo l’abbraccio
caloroso, improvviso e carico d’amore di qualcuno che era sopraggiunto alle sue
spalle.
Era Paola, l’amica di sempre.
“Non ti spaventare Giada, ti spiego
tutto”
“Credo di aver capito” ribatté la
donna, calma, mentre un lacrima salata le rigava il volto.
“Sono morta, o sto morendo, hanno
ucciso anche me. Si dice che una persona quando muore, ripercorra i momenti salienti
della sua vita, incontri le persone care che non ci sono più…mamma, papà, se ne
sono andati più di vent’anni fa…anche Puck è morto la settimana scorsa…e tu
poi…e dire che non ho mai creduto a queste cose.”
Fece una pausa.
“Pensavo che la morte fosse un
click, una luce che si spegne, un sonno profondissimo, nient’altro, né inferni
né paradisi; solo il purgatorio quello sì, ma quello si fa sulla Terra, ed io
l’ho già fatto.”
“Ascolta Giada, non è come pensi tu,
esiste una spiegazione a tutto, una spiegazione razionale. Guardami e
rifletti.”
La donna sembrava non volerla
ascoltare, piangeva sommessamente e fissava un punto nel vuoto.
“Giada scuotiti, ti ricordi di me?
Avevo solo diciannove anni quando sono morta, quanti ti sembra che ne abbia
adesso? E tua madre? L’avevi mai vista così vecchia? E’ morta a soli
cinquant’anni, non lo ricordi? Anche tuo padre…”
Si fermò un attimo, accortasi di
aver risvegliato l’interesse dell’amica che ora la guardava fissa, con un’aria
interrogativa.
“Sì” rispose Giada, “sembra che il
tempo sia passato anche per voi. Ma cos’è, un trucco? Si invecchia anche nel
vostro paradiso?”
“Non c’è nessun paradiso Giada, da
nessuna parte. Esiste solo la realtà, o meglio, infinite realtà: tutte le
varianti possibili di una vita. Tu sei qui ma sei anche in infiniti altri
mondi, dove stai vivendo infinite vite diverse, un po’ o molto diverse da
questa. Se muori qui rinasci da un’altra parte, ma sei sempre tu. Mi riesci a
capire?”
La confusione nella mente di Giada
cominciava lentamente a dipanarsi, ma erano troppe le cose che non riusciva a
comprendere.
“Stai dicendo che esiste un’altra
Terra in un altro universo dove tu non sei morta ma hai quarantotto anni e
magari figli e marito? E io che faccio dalle tue parti?”
“Tu sei morta Giada, laggiù te ne
sei andata il 9 maggio del ’93, un incidente d’auto”.
Giada cominciò a capire, la
ricordava bene quella data: sulla costiera amalfitana, la macchina era rimasta
in bilico sul ciglio della strada. L’avevano salvata per miracolo.
Ora ci credeva.
“E tu chi sei veramente? Perché sei
qui a dirmi queste cose?”
“E’ difficile che si stabilisca una
comunicazione tra due Universi; accade quando…quando non si muore del tutto
ecco. Io sono stata catapultata nella tua mente ma nella mia realtà sto
dormendo. Probabilmente stavi pensando a me quando è successo... Vedi, io e te
ora siamo in una specie di nodo.”
“Nodo?”
“Sì, un punto di contatto tra vie
diverse, nella nostra vita ne attraversiamo tantissimi… Ogni volta che
scegliamo, anche cose banali come scegliere di salire su un vagone della
metropolitana piuttosto che su un altro…mi stavi pensando vero?”
“Sì, è così” rispose Giada,
pensierosa: “E quando ti sveglierai?”
“Credo che non ricorderò nulla,
magari solo di averti sognata…Le cose che ti sto dicendo sono nella mia mente,
ma non so come ci sono arrivate, domattina se ne saranno andate anche
loro…Quello che devo dirti è che l’Universo come noi lo conosciamo è solo “uno”
dei tanti, in realtà ne esistono infiniti: ognuno di noi vivrà successivamente
tutte le possibilità che gli sono state offerte, negli altri Universi…Ma solo
quelle della propria vita!
Fece una pausa, come per ricordare,
o leggere un messaggio che le si materializzava nella mente..
Tu sarai sempre Giada de Luca, non
rinascerai mai come farfalla, gabbiano o come Marilyn Monroe. E vivrai infinite
volte la tua vita, con infinite varianti, dettate da piccole e grandi scelte
che saranno ogni volta diverse. E nascerai sempre nel 1964, non potrai vedere
il passato o il futuro…Il tempo è solo un’invenzione degli uomini…”
“Mio Dio! Un girone dantesco!” la
interruppe Giada.
Mentre continuava a parlare,
improvvisamente, l’immagine di Paola cominciò a diventare sempre più sfocata, i
contorni si scioglievano nell’aria ed a
Giada sembrava di essere sospesa nello spazio vuoto.
“Altri mondi, altri Universi, vagoni
della metro…” Anche quel pensiero si scioglieva liquido e spariva pian piano.
Al suo posto una luce, un bagliore fortissimo, come una scarica elettrica.
Ma
la luce cancella le immagini impresse su di una pellicola, e anche
quelle fissate nel cervello umano.
Era passata attraverso un nodo. E
adesso? Cosa sarebbe successo “dopo”? Lei non aveva scelto, stavolta avrebbe
semplicemente deciso il destino? O c’erano più possibilità?
Ma no, il destino non esiste.
In
ogni istante della nostra vita abbiamo la possibilità di vivere migliaia e
migliaia di diversi futuri compossibili…
Quando si inciampa in un nodo però,
qualcosa irrimediabilmente accade, qualcosa, di piccolo o immenso, che ti dà
una scossa, che ti cambia in qualche modo la vita…
Universo n°1 (scontato)
I funerali di Giada si tennero
nell'umida mattinata di un maggio travestito da novembre. C’era tanta gente,
tanti piangevano, altri chiacchieravano, le facce erano tristi, ma non tutte:
ai funerali si sa, ognuno va per riguardo a qualcuno; qualcuno che, nella
maggioranza dei casi, è ancora vivo.
Il prete benedisse il feretro con
poche parole di circostanza. Giada non era certo un’assidua frequentatrice
della Chiesa, anzi diciamo che da anni aveva pesantemente litigato con il mondo
ecclesiastico “in toto”. Tutti lo notarono però quel giovane sacerdote: aveva
due splendidi occhi azzurri, del colore del mare.
Circa nove mesi più tardi, in un
altro spazio ed in un altro tempo nasceva una bella bambina, bionda e paffuta.
L’avrebbero chiamata Giada.
Universo n°10 (lieto fine)
Giada si svegliò nella sala di
rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Napoli. Era rimasta in coma 3
settimane.
Vide le facce sorridenti dei suoi
figli dietro un vetro, ne fu felice ma non poté riabbracciarli subito. Era
ancora molto debole. Un proiettile le aveva sfondato la cassa toracica ed era
andato a conficcarsi in una vertebra. I polmoni erano stati soltanto sfiorati.
Aveva subito un lunghissimo
intervento chirurgico, ma i sanitari temevano per la lesione al midollo
spinale. Quando mosse braccia e gambe per la prima volta fu una festa per
tutti, ce l’aveva fatta.
“Le vie del Signore sono infinite”
aveva affermato qualcuno, senza peraltro sapere quanto quella frase, quel luogo
comune, fosse vicina alle verità del mondo fisico.
Molti le chiesero di ricordare
qualcosa di quei tre mesi di sonno, ma a Giada non veniva in mente nulla, la
mente era stata ripulita. Parlò solo di una specie di tunnel, con una luce
accecante che l’attirava verso l’uscita. Null’altro.
Ebbe solo un piccolo trasalimento:
quando, appena sveglia e ancora molto confusa, incrociò lo sguardo di un
giovane infermiere inguainato in un grembiule verde, con il volto seminascosto
da una mascherina. Aveva due incredibili occhi chiari, celesti come laghi
ghiacciati.
Universo n°100 (l’errore)
Era svenuta: un piccolo mancamento,
forse un semplice calo di pressione, o si era spaventata per il fragore delle
pistole giocattolo di un gruppo di ricchi ragazzini annoiati che si divertivano
a spaventare i passanti. Gennaro il benzinaio l’aveva soccorsa, fatta stendere
su un giaciglio improvvisato e le aveva
tirato su le gambe, per favorire la circolazione, non senza sentire un
piccolo brivido di piacere salirgli su per la schiena. Giada riaprì gli occhi
dopo soltanto un paio di minuti, neanche il tempo di chiamare un’ambulanza. Si
rialzò felice, come ritemprata e in un impulso irrazionale abbracciò e baciò il
suo soccorritore. Il ricordo di Paola
era sparito dalla sua mente, lei si era un po’ spaventata ma neanche
tanto: era tutto stato così rapido, fulmineo addirittura.
Giada volle andar via subito, sentì
improvvisamente il desiderio di tornare a casa. Fece il solito percorso fino
alla funicolare di Chiaja: via Carducci, via dei Mille, Parco Margherita.
Frettolosamente timbrò il biglietto e si arrampicò a grandi passi sulla scala
mobile.
C’era uno strano trambusto, ma non
ci fece caso. Appena entrata nel vagone le porte scorrevoli si richiusero
dietro di lei: fu allora che lo vide. Un povero corpo semiaccartocciato sulla
carrozzina,
neanche il tempo di imboccare la prima
galleria e Giada cominciò mettere a fuoco quei pensieri che le si avviluppavano alle maglie del cervello.
Guardò l’accompagnatore, un vecchio amico di entrambi, Giacomo.
Si scrutarono a lungo prima di
salutarsi, entrambi col pretesto di far fatica a riconoscere l’altro: lo
sguardo di Giada era pieno di interrogativi, tanti, troppi perché si
affastellavano nella sua mente e non riuscivano a trovare la via giusta per
essere espressi con raziocinio. Balbettò espressioni di saluto e di
sorpresa.
Fu Giacomo a chiarirle le idee.
Gianni aveva una terribile malattia,
una di quelle malattie ereditarie che non lasciano scampo. I suoi neuroni ed i
suoi muscoli perdevano lentamente le capacità fondamentali di comunicare con il
loro stesso corpo e con il mondo intorno: così era ridotto ormai ad un povero,
sconnesso burattino cui avevano tagliato i fili, e sarebbe stato sempre peggio
fino all’inevitabile, lentissima fine. Solo il cervello, per un meccanismo
spietato e ingiusto, conservava intatta una lucida consapevolezza.
Lui aveva sempre saputo, tutto. Per
questo aveva respinto qualsiasi affetto. Soffrendo come un cane e mascherando
sentimenti che non poteva permettersi il lusso di provare. Aveva agito sempre
per amore, per troppo amore.
Così Giada capì e sentì
materialmente il gelo calarle dentro il cuore, non seppe dir nulla, le riuscì
solo di sfiorare con una piccolissima carezza
quel volto devastato, il volto del suo unico e perduto amore; mentre una
lacrima sgorgava lungo le sue dita come un rivolo ed andava ad incanalarsi
nelle rughe profonde, alimentata da una pozza d’acqua azzurra come il cielo di
Napoli in primavera.
Avrebbe preferito non sapere, MAI.
Aveva scelto il vagone sbagliato.
…………………………………………………………………………………………………………
Universo n° 1.000.000…000
(imprevedibile)
Il mondo stava davvero finendo in
quell’istante, non furono soltanto quelli che erano sembrati colpi di pistola,
ma sordi boati che provenivano da ogni direzione; esplosioni di potenza
indescrivibile, mentre il cielo si oscurava ed una inspiegabile notte
avviluppava le cose, i ricordi, i sentimenti ed i risentimenti di Giada e di
tutti. Tutti gli abitanti del pianeta Terra.
Era la fine del mondo, il giorno del
giudizio.
Nell’aria esalò un gas acre, che
provocò un prolungato intorpidimento nel corpo già scosso ed esausto della
donna, e di tutti gli altri.
Il sangue sgorgava copioso ovunque, l’attacco
era stato fulmineo e non erano previsti superstiti, non tanti almeno. Furono
salvati soltanto quelli adatti ad essere ridotti in schiavitù, capaci di lavori
pesanti, ed i più intelligenti, i più sensibili, ideali come cavie da
esperimento.
Gli invasori non erano molto diversi
dagli uomini, solo più alti, sottili, dalla pelle verdastra e tutti con occhi
incredibilmente trasparenti, azzurrissimi.





