venerdì 2 gennaio 2026

LA CATTIVA STRADA


Impara sempre a scegliere, o ci sarà qualcuno che lo farà per te”.

 Lo diceva sempre ai suoi figli.

 

Viveva in una specie di limbo; un limbo dalle tinte sfocate, in cui si sprecavano i “forse”, i “può darsi”, i “non so”.

In un caldo pomeriggio di maggio Giada passeggiava per la Riviera di Chiaia. Era tanto tempo che non passava più da quelle parti; era diventata “vomerese” a tutti gli effetti e  questo, con una punta di snobismo, non le piaceva affatto.

I cumuli di immondizia appestavano l’aria già precocemente afosa. Un’aria carica di miasmi insopportabili, provenienti sì dalla spazzatura abbandonata da mesi ma anche dal suo passato, e più che mai dal suo presente.

Passò davanti al benzinaio: “Ciao Gennaro”.

“Ciao Giada, come mai da queste parti? Non ti vedo da un secolo!” Rispose l’uomo cortese e felicemente sorpreso dell’incontro. Giada era ancora una bella donna, nonostante l’età non proprio da ballo delle debuttanti e a lui venne subito in mente il paragone con la ragazzina esuberante di un tempo che gli faceva girare la testa con le minigonne “ascellari” tanto di moda. Era l’epoca in cui nel pomeriggio, dopo aver studiato, Gennaro scendeva ad aiutare il padre buonanima, in officina: un ragazzo modello, mica uno scapestrato come ce n’erano tanti.

Quelli coi soldi soprattutto.

Giada sorrise e senza fermarsi rispose con gentilezza: ”Avevo bisogno di respirare un po’ d’aria diversa” “e di pensare” aggiunse tra sé.

Ed infatti pensava, o meglio, ricordava.

 Ricordava l’amica Paola, compagna di avventure e disavventure, custode dei suoi grandi segreti di ragazzina che si affacciava alla vita, le “vasche” a via dei Mille a cercare di incrociare “quello” sguardo, e poi i cortei, la contestazione, il vento che portava il profumo di una nuova stagione. E di tante illusioni e disillusioni.

Una  breve primavera, poi il buio, la malattia, il lutto. La parabola di Paola aveva avuto una breve curva, ripiegata su sé stessa era finita  pochi anni dopo l’adolescenza.

Un dolore insopportabile.

Lei invece era ancora lì, a rivivere ricordi come pugnalate, a rinverdire nella mente  dettagli che sembravano sepolti da tonnellate di memoria.  La frangetta tagliata troppo corta, le calze smagliate nel bel mezzo di una festa, lo schiaffone di suo padre, l’unico che le avesse mai dato.

E infine, ma non ultimo per importanza, il ricordo di uno sguardo celeste che le imponeva un addio senza condizioni, che la mollava senza pietà lasciandola sola con sé stessa, in un momento difficilissimo della sua vita.

Non l’avrebbe mai dimenticato e anche solo il pensiero le provocava ancora un senso di vuoto alla bocca dello stomaco.

 

Persa nei suoi pensieri, Giada fu sorpresa da un vociare concitato alle sue spalle: stava accadendo qualcosa, proprio davanti al distributore, e mentre si voltava per capire cosa fosse ci fu  un fragore, lo scoppio, il boato sordo e ripetuto di tre colpi di pistola : la testa  sembrava stesse per esplodere anch’essa. Giada si voltò di scatto e vide un bagliore, una luce intensa, poi tutto rosso: sangue ovunque.

Ma vide anche qualcos’altro: uno sguardo, due occhi di un azzurro trasparente come laghi ghiacciati. Un volto che le si stampò nella testa. Indelebilmente.

Il mondo si stava fermando. Proprio in quell’istante.

Cadde a terra.

Gennaro giaceva a pochi metri da lei in una pozza di sangue, la testa rivoltata, la benzina inondava il marciapiede e veniva risucchiata all’interno di un tombino. Vide a stento la scintilla.

L’onda d’urto dello scoppio la lanciò lontano come un vecchio fantoccio, ma Giada riuscì miracolosamente a recuperare le forze e scappò via, velocissima. Le gambe roteavano come pale di un mulino, in meno di un lampo fu a casa di sua madre, di lì a pochi passi, in via San Pasquale a Chiaja.

Lacera e bruciacchiata si attaccò al campanello.

Passarono due minuti abbondanti prima che l’anziana donna aprisse, sembrarono due secoli. Giada si era accucciata a terra, sul pianerottolo, e piangeva.

Maria apparve sorpresa della visita della figlia, ne abbracciò il corpo tremante e le accarezzò a lungo i capelli:

“Cos’è successo?”

“Una rapina credo, hanno sparato. Gennaro il benzinaio…credo sia morto.”

La donna restò in silenzio e abbassò gli occhi: “vieni, hai bisogno di un bagno caldo” disse alla figlia.

Giada uscì dal bagno più tranquilla, si raggomitolò sul vecchio divano avviluppata nel suo accappatoio verde e azzurro, che era stato un regalo di Natale di tanti, tantissimi anni prima.

Nella sua vecchia stanza trovò altri abiti dimenticati: un jeans sdrucito che adorava e che, sorprendentemente, le entrava ancora, la maglietta da hockey col numero 11 comprata a Resina, di tre taglie più grandi. Fu un tuffo nel passato, praticamente nella preistoria.

Ma non riusciva a togliersi dalla mente quegli occhi, quello sguardo, quel bagliore; continuava a ripensarci. Quegli occhi trasparenti li conosceva da sempre, o forse erano uguali ad altri occhi, mai dimenticati.

 Occhi duri e spietati, assassini del corpo gli uni, dell’anima gli altri. Occhi diafani e lucidi come pugnali di ghiaccio.

 

Poi entrò sua madre.

 

Le due donne si ritrovarono finalmente l’una di fronte all’altra, gli occhi negli occhi, ma entrambe avevano la vista offuscata dalle lacrime.

Gocce di rimpianti, parole non dette, giudizi affrettati, occasioni perdute.

Cominciò Maria, la madre:

“Scusami tesoro, so di averti condizionata…Non volevo, te lo giuro, non sapevo, non potevo sapere”

“ Lo so mamma, così doveva andare, sono io che non ho avuto abbastanza coraggio. Ho una rabbia dentro: un vulcano pronto ad esplodere”.

“Forse è già esploso e neanche lo sai”.

Ma qualcuno le interruppe:

“Papà”

L’uomo, molto anziano, senza dire una sola parola strinse al suo petto la figlia: Quella figlia unica tanto amata, avuta in età già avanzata, bella come il sole, laureatasi a pieni voti, era il suo orgoglio, il suo fiore all’occhiello, la sua vincita al Totocalcio della vita.

Era stato molto felice quando aveva saputo che si sarebbe sposata con un bravo ragazzo, uno senza grilli per la testa, avvocato già affermato, solo più anziano di lei, di parecchi anni: ma quella era una garanzia.

Così la sua piccola non avrebbe mai imboccato una cattiva strada, avrebbe avuto una bella famiglia e la sicurezza economica. Lui questo voleva, ed anche sua moglie.

“Devi andare subito a casa, Giada” le disse, intuendo la malcelata inquietudine della figlia, “ il tuo posto è con tuo marito e i tuoi figli, hanno tanto bisogno di te e devono essere subito rassicurati sul tuo stato di salute. Quaggiù è successo un pandemonio!”.

Giada aveva già sentito quelle parole erano state sempre un incubo per lei, una cantilena crudele, la solita solfa sui doveri di moglie e di madre ma stavolta non resse ed iniziò ad urlare, scoppiando in un pianto dirotto: ”Anch’io avevo bisogno di te, di mamma, di voi due. Non avevo né fratelli né sorelle, solo voi!”

Detto questo fuggì via, si arrampicò velocissima sulle scale di servizio, che dalla cucina portavano al terrazzo di copertura, il suo vecchio rifugio, non voleva ascoltare più nulla.

 

Alle sue spalle riuscì appena a sentire il campanello di casa e la voce della madre: ”Torna indietro Giada, è venuta Paola, ti è venuta a prendere”.

“Vecchia aterosclerotica” pensò Giada con una punta di cattiveria. Paola non esisteva più, aveva 19 anni oramai per sempre.

 

Dalla terrazza della vecchia casa si vedeva salire un filo di fumo: l’incendio del distributore alla Riviera. Quel fumo offuscava l’aria e i pensieri.

Giada cominciò a sentirsi confusa, la testa le girava e sentiva un dolore nel petto.

Continuava a pensare al passato: si era sposata per amore, per l’immenso amore che aveva per i suoi genitori, così loro avrebbero voluto. Una vita incanalata nei binari canonici della famiglia e della tradizione, quanti impulsi aveva dovuto sopprimere! L’uomo che era diventato suo marito però, non l’aveva mai amato.

Mai, neanche per un momento.

In alcuni periodi l’aveva odiato profondamente, poi era precipitata nel baratro di un’indolente indifferenza. Lui ormai era un sessantenne vanesio dai capelli tinti che passava da un’avventura all’altra, tutte con ragazze giovani, dell’età delle gemelle, 20 anni circa, alcune certamente a pagamento.

Aveva voluto avere tanti figli, una famiglia numerosa: quattro bambini, due cani, un canarino e tanti pesciolini rossi nell’acquario.

Moltissime cose di cui occuparsi. Essere e sentirsi indispensabile: di questo Giada aveva avuto bisogno e aveva dimenticato quanto fosse importante l’amore, quello vero, quello che ti fa confondere, che alterna momenti di pura estasi a pugni nello stomaco.

Ma forse all’amore ci aveva rinunciato da tempo, consapevolmente, dal giorno in cui due occhi taglienti come lame gli avevano parlato. E le parole erano state lame ancor più affilate.

E oggi, occhi altrettanto taglienti le avevano detto qualcosa, forse una minaccia. Lo aveva visto bene in volto quell’assassino e l’avrebbe riconosciuto tra mille. Forse era in pericolo.

 

Respirò profondamente e si soffermò, assorta com’era in tutti quei pensieri, ad osservare dall’alto quella strada che l’aveva vista bambina al primo giorno di scuola, col grembiulino candido e le treccine bionde, adolescente imbranata al primo appuntamento e donna matura, con i figli in carrozzina.

Tutto sembrava immutato.

Qualcosa alle sue spalle la risvegliò da quella specie di “trance” in cui era caduta. Erano le voci dei ragazzi, voci confuse, concitate, incomprensibili.

Cosa ci facevano lì?

La confusione aumentava.

Il panorama era cambiato, il filo di fumo sparito, il mare si era allontanato. Era sul terrazzo di casa sua, in via Palizzi, al Vomero. Non capiva.

I suoi figli sembravano non vederla, soltanto Puck, il vecchio cane, prese a scodinzolare e si accoccolò ai suoi piedi.

Ora la confusione regnava sovrana e, come continui flash, le tornavano nella mente quegli occhi, quegli occhi tanto cattivi e nel contempo tanto familiari che aveva incrociato poche ore prima.

 

Non sentì i passi solo l’abbraccio caloroso, improvviso e carico d’amore di qualcuno che era sopraggiunto alle sue spalle.

 Era Paola, l’amica di sempre.

“Non ti spaventare Giada, ti spiego tutto”

“Credo di aver capito” ribatté la donna, calma, mentre un lacrima salata le rigava il volto.

“Sono morta, o sto morendo, hanno ucciso anche me. Si dice che una persona quando muore, ripercorra i momenti salienti della sua vita, incontri le persone care che non ci sono più…mamma, papà, se ne sono andati più di vent’anni fa…anche Puck è morto la settimana scorsa…e tu poi…e dire che non ho mai creduto a queste cose.”

Fece una pausa.

“Pensavo che la morte fosse un click, una luce che si spegne, un sonno profondissimo, nient’altro, né inferni né paradisi; solo il purgatorio quello sì, ma quello si fa sulla Terra, ed io l’ho già fatto.”

“Ascolta Giada, non è come pensi tu, esiste una spiegazione a tutto, una spiegazione razionale. Guardami e rifletti.”

La donna sembrava non volerla ascoltare, piangeva sommessamente e fissava un punto nel vuoto.

“Giada scuotiti, ti ricordi di me? Avevo solo diciannove anni quando sono morta, quanti ti sembra che ne abbia adesso? E tua madre? L’avevi mai vista così vecchia? E’ morta a soli cinquant’anni, non lo ricordi? Anche tuo padre…”

Si fermò un attimo, accortasi di aver risvegliato l’interesse dell’amica che ora la guardava fissa, con un’aria interrogativa.

“Sì” rispose Giada, “sembra che il tempo sia passato anche per voi. Ma cos’è, un trucco? Si invecchia anche nel vostro paradiso?”

“Non c’è nessun paradiso Giada, da nessuna parte. Esiste solo la realtà, o meglio, infinite realtà: tutte le varianti possibili di una vita. Tu sei qui ma sei anche in infiniti altri mondi, dove stai vivendo infinite vite diverse, un po’ o molto diverse da questa. Se muori qui rinasci da un’altra parte, ma sei sempre tu. Mi riesci a capire?”

La confusione nella mente di Giada cominciava lentamente a dipanarsi, ma erano troppe le cose che non riusciva a comprendere.

“Stai dicendo che esiste un’altra Terra in un altro universo dove tu non sei morta ma hai quarantotto anni e magari figli e marito? E io che faccio dalle tue parti?”

“Tu sei morta Giada, laggiù te ne sei andata il 9 maggio del ’93, un incidente d’auto”.

Giada cominciò a capire, la ricordava bene quella data: sulla costiera amalfitana, la macchina era rimasta in bilico sul ciglio della strada. L’avevano salvata per miracolo.

Ora ci credeva.

“E tu chi sei veramente? Perché sei qui a dirmi queste cose?”

“E’ difficile che si stabilisca una comunicazione tra due Universi; accade quando…quando non si muore del tutto ecco. Io sono stata catapultata nella tua mente ma nella mia realtà sto dormendo. Probabilmente stavi pensando a me quando è successo... Vedi, io e te ora siamo in una specie di nodo.”

“Nodo?”

“Sì, un punto di contatto tra vie diverse, nella nostra vita ne attraversiamo tantissimi… Ogni volta che scegliamo, anche cose banali come scegliere di salire su un vagone della metropolitana piuttosto che su un altro…mi stavi pensando vero?”

“Sì, è così” rispose Giada, pensierosa: “E quando ti sveglierai?”

“Credo che non ricorderò nulla, magari solo di averti sognata…Le cose che ti sto dicendo sono nella mia mente, ma non so come ci sono arrivate, domattina se ne saranno andate anche loro…Quello che devo dirti è che l’Universo come noi lo conosciamo è solo “uno” dei tanti, in realtà ne esistono infiniti: ognuno di noi vivrà successivamente tutte le possibilità che gli sono state offerte, negli altri Universi…Ma solo quelle della propria vita!

Fece una pausa, come per ricordare, o leggere un messaggio che le si materializzava nella mente..

Tu sarai sempre Giada de Luca, non rinascerai mai come farfalla, gabbiano o come Marilyn Monroe. E vivrai infinite volte la tua vita, con infinite varianti, dettate da piccole e grandi scelte che saranno ogni volta diverse. E nascerai sempre nel 1964, non potrai vedere il passato o il futuro…Il tempo è solo un’invenzione degli uomini…”

“Mio Dio! Un girone dantesco!” la interruppe Giada.

Mentre continuava a parlare, improvvisamente, l’immagine di Paola cominciò a diventare sempre più sfocata, i contorni si scioglievano nell’aria ed a  Giada sembrava di essere sospesa nello spazio vuoto.

“Altri mondi, altri Universi, vagoni della metro…” Anche quel pensiero si scioglieva liquido e spariva pian piano. Al suo posto una luce, un bagliore fortissimo, come una scarica elettrica.

Ma  la luce cancella le immagini impresse su di una pellicola, e anche quelle fissate nel cervello umano.

Era passata attraverso un nodo. E adesso? Cosa sarebbe successo “dopo”? Lei non aveva scelto, stavolta avrebbe semplicemente deciso il destino? O c’erano più possibilità?

Ma no, il destino non esiste.

 

In ogni istante della nostra vita abbiamo la possibilità di vivere migliaia e migliaia di diversi futuri compossibili…

 

Quando si inciampa in un nodo però, qualcosa irrimediabilmente accade, qualcosa, di piccolo o immenso, che ti dà una scossa, che ti cambia in qualche modo la vita…

 

Universo n°1  (scontato)

I funerali di Giada si tennero nell'umida mattinata di un maggio travestito da novembre. C’era tanta gente, tanti piangevano, altri chiacchieravano, le facce erano tristi, ma non tutte: ai funerali si sa, ognuno va per riguardo a qualcuno; qualcuno che, nella maggioranza dei casi, è ancora vivo.

Il prete benedisse il feretro con poche parole di circostanza. Giada non era certo un’assidua frequentatrice della Chiesa, anzi diciamo che da anni aveva pesantemente litigato con il mondo ecclesiastico “in toto”. Tutti lo notarono però quel giovane sacerdote: aveva due splendidi occhi azzurri, del colore del mare.

Circa nove mesi più tardi, in un altro spazio ed in un altro tempo nasceva una bella bambina, bionda e paffuta. L’avrebbero chiamata Giada.

 

Universo n°10 (lieto fine)

Giada si svegliò nella sala di rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Napoli. Era rimasta in coma 3 settimane.

Vide le facce sorridenti dei suoi figli dietro un vetro, ne fu felice ma non poté riabbracciarli subito. Era ancora molto debole. Un proiettile le aveva sfondato la cassa toracica ed era andato a conficcarsi in una vertebra. I polmoni erano stati soltanto sfiorati.

Aveva subito un lunghissimo intervento chirurgico, ma i sanitari temevano per la lesione al midollo spinale. Quando mosse braccia e gambe per la prima volta fu una festa per tutti, ce l’aveva fatta.

“Le vie del Signore sono infinite” aveva affermato qualcuno, senza peraltro sapere quanto quella frase, quel luogo comune, fosse vicina alle verità del mondo fisico.

Molti le chiesero di ricordare qualcosa di quei tre mesi di sonno, ma a Giada non veniva in mente nulla, la mente era stata ripulita. Parlò solo di una specie di tunnel, con una luce accecante che l’attirava verso l’uscita. Null’altro.

 

Ebbe solo un piccolo trasalimento: quando, appena sveglia e ancora molto confusa, incrociò lo sguardo di un giovane infermiere inguainato in un grembiule verde, con il volto seminascosto da una mascherina. Aveva due incredibili occhi chiari, celesti come laghi ghiacciati.

 

Universo n°100 (l’errore)

Era svenuta: un piccolo mancamento, forse un semplice calo di pressione, o si era spaventata per il fragore delle pistole giocattolo di un gruppo di ricchi ragazzini annoiati che si divertivano a spaventare i passanti. Gennaro il benzinaio l’aveva soccorsa, fatta stendere su un giaciglio improvvisato e le aveva  tirato su le gambe, per favorire la circolazione, non senza sentire un piccolo brivido di piacere salirgli su per la schiena. Giada riaprì gli occhi dopo soltanto un paio di minuti, neanche il tempo di chiamare un’ambulanza. Si rialzò felice, come ritemprata e in un impulso irrazionale abbracciò e baciò il suo soccorritore. Il ricordo di Paola  era sparito dalla sua mente, lei si era un po’ spaventata ma neanche tanto: era tutto stato così rapido, fulmineo addirittura.

Giada volle andar via subito, sentì improvvisamente il desiderio di tornare a casa. Fece il solito percorso fino alla funicolare di Chiaja: via Carducci, via dei Mille, Parco Margherita. Frettolosamente timbrò il biglietto e si arrampicò a grandi passi sulla scala mobile.

C’era uno strano trambusto, ma non ci fece caso. Appena entrata nel vagone le porte scorrevoli si richiusero dietro di lei: fu allora che lo vide. Un povero corpo semiaccartocciato sulla carrozzina,

 neanche il tempo di imboccare la prima galleria e Giada cominciò mettere a fuoco quei pensieri che  le si avviluppavano alle maglie del cervello. Guardò l’accompagnatore, un vecchio amico di entrambi, Giacomo.

Si scrutarono a lungo prima di salutarsi, entrambi col pretesto di far fatica a riconoscere l’altro: lo sguardo di Giada era pieno di interrogativi, tanti, troppi perché si affastellavano nella sua mente e non riuscivano a trovare la via giusta per essere espressi con raziocinio. Balbettò espressioni di saluto e di sorpresa. 

Fu Giacomo a chiarirle le idee.

Gianni aveva una terribile malattia, una di quelle malattie ereditarie che non lasciano scampo. I suoi neuroni ed i suoi muscoli perdevano lentamente le capacità fondamentali di comunicare con il loro stesso corpo e con il mondo intorno: così era ridotto ormai ad un povero, sconnesso burattino cui avevano tagliato i fili, e sarebbe stato sempre peggio fino all’inevitabile, lentissima fine. Solo il cervello, per un meccanismo spietato e ingiusto, conservava intatta una lucida consapevolezza.

Lui aveva sempre saputo, tutto. Per questo aveva respinto qualsiasi affetto. Soffrendo come un cane e mascherando sentimenti che non poteva permettersi il lusso di provare. Aveva agito sempre per amore, per troppo amore.

Così Giada capì e sentì materialmente il gelo calarle dentro il cuore, non seppe dir nulla, le riuscì solo di sfiorare con una piccolissima carezza  quel volto devastato, il volto del suo unico e perduto amore; mentre una lacrima sgorgava lungo le sue dita come un rivolo ed andava ad incanalarsi nelle rughe profonde, alimentata da una pozza d’acqua azzurra come il cielo di Napoli in primavera.

Avrebbe preferito non sapere, MAI.

Aveva scelto il vagone sbagliato.

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Universo n° 1.000.000…000 (imprevedibile)

 

Il mondo stava davvero finendo in quell’istante, non furono soltanto quelli che erano sembrati colpi di pistola, ma sordi boati che provenivano da ogni direzione; esplosioni di potenza indescrivibile, mentre il cielo si oscurava ed una inspiegabile notte avviluppava le cose, i ricordi, i sentimenti ed i risentimenti di Giada e di tutti. Tutti gli abitanti del pianeta Terra.

Era la fine del mondo, il giorno del giudizio.

Nell’aria esalò un gas acre, che provocò un prolungato intorpidimento nel corpo già scosso ed esausto della donna, e di tutti gli altri.

 Il sangue sgorgava copioso ovunque, l’attacco era stato fulmineo e non erano previsti superstiti, non tanti almeno. Furono salvati soltanto quelli adatti ad essere ridotti in schiavitù, capaci di lavori pesanti, ed i più intelligenti, i più sensibili, ideali come cavie da esperimento.

Gli invasori non erano molto diversi dagli uomini, solo più alti, sottili, dalla pelle verdastra e tutti con occhi incredibilmente trasparenti, azzurrissimi.

 


 


 

 

 

 

 

UN BEL GIOCO


PREMESSA - LA TEORIA DI NICK BOSTROM

   È  possibile che la spiegazione delle incredibili coincidenze nelle leggi della natura sia che non si tratti per niente di coincidenze.
   Nick Bostrom, direttore dell'Istituto sul futuro dell'umanità dell'Università di Oxford, sostiene che c'è un'alta probabilità che il nostro universo sia una sofisticata simulazione computerizzata, una complicatissima realtà virtuale generata in un computer da una civiltà aliena molto più avanzata della nostra per scopi a noi ignoti. (Cavie? Esperimenti mirati?)
 Il programma sarebbe tanto complesso da permettere agli esseri simulati (noi, l'umanità intera) di provare sentimenti e l'illusione del libero arbitrio. Di tanto in tanto, però, alcuni errori nel codice produrrebbero degli eventi inattesi, o inspiegabili (come per esempio i miracoli, o le apparizioni di Ufo), oppure sarebbero gli stessi controllori della simulazione a
inserirli di proposito per studiare le nostre reazioni.  Il racconto si ispira a tale teoria.     

***

 Il bambino era ipnotizzato dallo schermo, assorto nel suo magnifico gioco, al computer. Da mesi ormai lavorava a quel complicato intreccio, ed era soddisfatto dei risultati.
"Una bellissima simulazione", commentò il padre rivolgendosi allo psicologo, "eppure strana!"
"Strana? oggi tutti i bambini giocano a progettare mondi, questo software è diffusissimo!"
" Certo, ma le fantasie di mio figlio hanno partorito situazioni di estrema violenza, ingiustizie, illogicità estese e ripetute…” Sospirò a questo punto il bravo papà, per riprendere subito dopo:
”Anche se devo riconoscere che questo suo mondo irrazionale ha un grande fascino!" 
 "Non si preoccupi", lo rassicurò lo specialista, "basterà interrompere il gioco e distrarre un po’ il ragazzo. Le consiglio di partire insieme per un bel viaggio e sono certo che al ritorno i passatempi di suo figlio rientreranno nei canoni di razionalità ed equilibrio, come per tutti i suoi coetanei".
    In brevissimo tempo il papà premuroso organizzò un viaggio straordinario, in giro per il pianeta, con tappe nei luoghi più suggestivi e le attività più divertenti. Il ragazzino accolse la proposta con entusiasmo.
Poco prima della partenza il padre si rivolse al figlioletto: "E allora? Dai, interrompiamola questa simulazione, spegni il computer!"
   Mentre lo diceva sentì uno strano magone, un senso di vuoto alla bocca dello stomaco, un'emozione nuova, indefinibile, che gli attraversava le membra: non avrebbe più visto, come era accaduto tante volte sbirciando il computer del ragazzo, quell'assurdo cielo azzurro e quella immensa distesa liquida di un improbabile blu, un blu profondo, inesistente sul loro pianeta.
 Il bimbo fu docile, entusiasta della nuova esperienza che lo attendeva. Spense subito e alla fatidica domanda “vuoi salvare?” rispose per la prima volta da tanto tempo (un tempo lunghissimo, quasi un’eternità, ma si sa, tutto è relativo!) con un “No”, convintissimo. Lo schermo precipitò in una voragine buia e vuota. E tale sarebbe rimasto.

***


Due innamorati sulla spiaggia di Procida prendevano il sole, abbracciati, godendo del tepore lieve delle prime ore di un limpido pomeriggio di settembre.
 Un leone affamato era sulle tracce di una gazzella in un caldo pomeriggio africano.
Un monaco tibetano osservava il Sole farsi largo fra i picchi innevati, che scintillavano ai suoi bagliori dorati, sempre più rossastri per l'approssimarsi del tramonto.
   Dall'altra parte della Terra un anziano giapponese guardava pensieroso la falce della Luna apparire alle spalle del monte Fuji.
 Nelle foreste del Borneo le urla delle scimmie squarciavano la notte.
 Tutti erano inconsapevoli.
 Bastò un "click" e nulla fu più, o meglio, da quel momento in poi NULLA FU MAI STATO.

 

 


 

sabato 29 novembre 2025

IERI, OGGI E DOMANI


Roma, A.D. 1.013 d.C.

La ragazza era bellissima: capelli neri, incarnato bianchissimo, grandi occhi da cerbiatta color nocciola. Il suo nome era Eugenia. Suo padre era un povero fattore al servizio di una nobile famiglia e la giovane era condannata ad una vita da serva, una quasi schiavitù, nelle grinfie di una padrona capricciosa ed arrogante. 

- Non se ne parla proprio! Pensava, convintissima, la bella e volitiva Eugenia. Aveva ereditato il carattere energico da sua nonna Mnemosine, bellissima anch’essa e spesso additata come strega. Intanto, il suo amato Ermes si sarebbe sposato di lì a pochi mesi e lei era disposta a tutto, ma proprio tutto per farlo innamorare perdutamente di lei e far sì che il matrimonio andasse a monte!

Immersa in questi pensieri Eugenia s'incamminò nel boschetto un tempo dedicato alla dea Venere, così come le era stato indicato dall'amica Eufrosia che aveva avuto un problema analogo e lo aveva risolto brillantemente riuscendo a sposare un capitano della guardia. Nella boscaglia la fanciulla si fece guidare solo dal sottile fil di fumo che usciva dal comignolo di una vecchia casa, la sua destinazione.

La casetta era isolata ed anche parecchio malandata. Era situata in un luogo un po' lugubre: stormi di corvi volavano bassi e si posavano sui rami degli alberi accanto alla catapecchia. Il miagolio di una gatta in calore rompeva il silenzio di quel bosco stregato. Era una gatta nera, cieca ad un occhio: senz’altro una creatura del demonio.

Eugenia non era il tipo da farsi intimorire per così poco: la intimoriva (anzi, a dir il vero la terrorizzava) di più il suo triste futuro e doveva far qualcosa per cambiarlo. Urgentemente.

Non ebbe esitazioni ad entrare nella baracca e si trovò al cospetto di una vecchia davvero spaventosa: i capelli bianchi arruffati dovevano essere ricettacolo di parassiti d'ogni genere, il viso era terreo, gli occhi sporgevano asimmetrici fuori dalle orbite ed un grosso naso bitorzoluto dominava la scena del suo volto.

-Vieni carina, cosa mi hai portato? Disse l’anziana donna, con una voce dal tono melenso.

-Signora- Rispose Eugenia - Le ho portato tutto ciò che avevo: dieci uova appena deposte, quattro belle forme di cacio, ben stagionato, e...ed anche questi monili che ...che...insomma che ho trovato in casa della mia padrona...le piacciono?

-Oro?

-Sì, sì

-Benissimo, mi piacciono tanto! Sghignazzò la vecchia, mostrando una dentatura a dir poco approssimativa.

-E il resto, tutto l'occorrente, lo hai portato?

-Sì signora, come mi ha detto la mia amica Eufrosia: il mio sangue mestruale, capelli di lui, ehm...pipì del mio amato! Sta tutto qua!

-Ah, benissimo, mi metto subito all'opera. In poco tempo il filtro d'amore sarà pronto!  Buttò in un pentolone che già ribolliva nel caminetto tutti gli intrugli portati dalla fanciulla, vi aggiunse sangue di piccione appena sgozzato, ali di pipistrello ed escrementi di corvo, indispensabili per la buona riuscita della pozione.

Poi aggiunse:

-Mentre aspettiamo, vediamo cosa ti riserva il futuro...

La vecchiaccia era una veggente bravissima, non sbagliava mai!

Eugenia le porse la mano e la donna la esaminò con cura, poi corse fuori e ritornò dopo poco con un grosso topo.

-Le viscere dei ratti sono infallibili- Esclamò convinta.

Squartò il topo e frugò a lungo nelle frattaglie puzzolenti che poi ripose, per conservarle gelosamente, in una ciotola: sarebbero certamente tornate utili!

-Benissimo mia cara, tutto andrà in porto, ma devi seguire alla lettera le mie istruzioni. Il tuo amato dovrà bere la mia pozione per tre giorni consecutivi, mattina e sera, e nel giro di tre mesi al massimo s'innamorerà di te e ti sposerà, anche se sei povera! Vivrete a lungo felici e  avrete sette figli, quattro maschi e tre femmine. Ecco, sta scritto tutto qui! 

Lo sguardo della fattucchiera sembrò addolcirsi, e aggiunse:

-Mi sei simpatica e ti voglio fare un omaggio, sperando che ti ricorderai di me anche in futuro.

Così porse a Eugenia due preziose ampolle e continuò: 

-Quella rossa contiene il filtro d'amore, quella gialla contiene una pomata, fatta con ingredienti rarissimi come  bile di gatta nera in amore, che dovrai passare sul viso tutte le sere: così diventerai la più bella del mondo!

Eugenia, un po' stordita ed anche un tantino disgustata, uscì dalla capanna con le due ampolle e tornò a casa con un’iniezione di  fiducia. Era certa che avrebbe raggiunto il suo scopo.

 

Roma, Anno 2019 d.C.

Romina, incerta, si guardava allo specchio. Non sapeva se indossare la minigonna rossa o il fuseaux blu con quella maglietta scollata a righe che le piaceva tanto. Alla fine optò per la mini con un top bianco, faceva caldo e poi aveva belle gambe, lunghe e abbronzate.

Avrebbe fatto colpo.

Naturalmente, prima di uscire, consultò su internet  l'Oroscopo di Mario Box, un vero mago! Le notizie erano ottime: giornata eccellente per il Sagittario, soprattutto in amore...se poi avevi l'ascendente in Toro, la Luna nella Vergine e Plutone nella Quinta Casa era proprio l'ideale: la giornata perfetta! E poi, c'era Venere nei Pesci, una meraviglia davvero per le relazioni amorose! Solo Giove era un po' dissonante ma avrebbe influenzato solo le finanze, roba da poco! Così acquistò fiducia.

Informò il mondo del suo stato di grazia: “Finalmente una bella giornata.” Scrisse sui social.

Aggiunse 15 punti esclamativi, un cuoricino azzurro e uno rosso, una faccina sorridente, due soli e tre stelline, così  i suoi 4927 contatti avrebbero saputo che stava uscendo di casa, e tra di essi c’era anche LUI. Naturalmente allegò il link che riportava le notizie del suo oroscopo perfetto (Anzi “xfetto”).

Si truccò accuratamente, indossò scarpe aperte con tacchi a spillo e controllò se aveva abbastanza soldi nel portafoglio. Doveva assolutamente passare in profumeria per acquistare i nuovi prodotti di  bellezza, di ultimissima generazione. Aveva già 28 anni e le prime rughe avanzavano. Era incerta però: le avevano consigliato due tipi di prodotto, entrambi nuovissimi e molto efficaci. L'uno a base di siero di vipera, l'altro di bava di lumaca.

 

Base lunare Altan3, Anno 3015 d.C (anche se d.C. nessuno sa più cosa significhi)

KK6 era un’androide di sesso femminile. Molto graziosa, aveva il compito di svolgere calcoli e misurazioni ma la tecnologia avanzatissima con cui era stata progettata, sfruttando autentico DNA umano, le forniva anche una sensibilità speciale. Tanto speciale che un piccolo difetto di fabbricazione non ne inibiva sistematicamente le emozioni, come era giusto e normale che fosse. Insomma si innamorava spesso, a modo suo. Era un’anomalia, a lei piaceva tanto anche se sapeva bene di non doverne parlare a nessuno. In quel momento il suo preferito era l’androide YY7, bello, alto e muscoloso. Gli androidi di sesso maschile difficilmente subivano alterazioni della personalità programmata eppure lei sentiva di dover tentare qualcosa. Nulla era impossibile.

Si incamminò fuori della base seguendo le indicazioni di una sua compagna che da poco era stata “spenta”  perché dicevano fosse difettosa, proprio come lei, avviandosi verso un accampamento di profughi titaniani, isolato e ben controllato. Aveva saputo che si trattava di una specie dai poteri soprannaturali e per questo emarginata dalla comunità. Naturalmente il tutto avveniva in gran segreto, pena le temutissime epurazioni.

Portò con sé un sacchetto di polvere di platino 190, preziosissimo, per il pagamento della prestazione.

Seguì con mille precauzioni il percorso indicato fino a giungere al cospetto della persona speciale che  l’amica le aveva  raccomandato. Di lei si raccontava che conoscesse tutti i segreti dell’Universo e sapesse tutto anche sulla strana pratica degli antichi terrestri, chiamata “sesso”, di cui nessuno poteva parlare ma che suscitava tante curiosità. Veniva considerata la causa di tutti i mali e della distruzione pressoché totale del pianeta blu, il più bello del Sistema Solare.

Quando KK6 giunse al cospetto della maga titaniana si accorse che più che una persona appariva come un cumulo di marmellata di fragole dai movimenti goffi e faticosi. I numerosi occhi erano affogati nella melma rossastra ed emanava un odore nauseabondo di idrocarburi, ma, nonostante l’aspetto a dir poco bizzarro, seppe subito comunicarle fiducia. 

-Vuoi un filtro d’amore , carina?

- Come fai a saperlo? Sei davvero una veggente!

- Qua vengono tutte per lo stesso scopo, è facile indovinare!

- Allora? Chi vuoi conquistare? Umano, androide, venusiano o addirittura uranicondo?

-Androide, un meraviglioso androide che sembra un dio!

-Allora, vediamo un po’!

La marmellata vivente iniziò a frugare in una serie di contenitori di gelatine variopinte sistemate alla rinfusa su un’altissima scaffalatura insieme ad ogni tipo di macchinario. Centinaia di luci colorate lampeggiavano: la maga pigiò un pulsante color amaranto producendo un lungo sibilo, così si aprì uno sportellino da cui sbucò un animaletto peloso dai denti aguzzi.

-Lo strapazzerò soltanto un po’- Così dicendo iniziò a premergli sulla pancia fino ad ottenere un bel mucchietto di escrementi azzurri. Fece lo stesso con un lucertolone viola procurandosi del vomito rosa, ci sputò sopra e mescolò gli ingredienti con la sua saliva giallognola. 

-Il gioco è fatto! I tuoi sogni saranno realizzati!

Così disse tirando fuori da un essiccatoio a raggi epsilon una polverina brillante, fabbricata dal trattamento dell’intruglio preparato.

-Dovrete cospargervi entrambi di questa polvere e così tutte le notti vi terrete per mano e guarderete le stelle avvertendo uno strano rimestìo interno, ebbene,  quello  è l’amore. Una dose aggiuntiva, se siete soggetti predisposti, vi porterà a fare la famosa cosa proibita che inizia per s…Attenzione mi raccomando, la punizione per chi viene scoperto è l’immediato spegnimento! Ma ti assicuro che ne varrà la pena!

Così KK6 si allontanò in fretta con il  prezioso materiale provando in seno una strana euforia, una sensazione che richiamava molto lo stato che le avevano descritto come “felicità”.

 


lunedì 10 febbraio 2025

LA COSA PIU’ PREZIOSA

 Come al solito era in ritardo. Salì in macchina, trafelato, sbattendo la portiera, ascoltando a malapena la moglie che gli raccomandava qualcosa. Al suo fianco lo zaino, con tutta la vita dentro: pc, smartphone, agenda. Poggiato sul sedile, impossibile separarsene.

 Era una giornata di quelle toste, anzi tostissime sul lavoro. Ripassava nella mente tutti gli step fondamentali da seguire: c’era il lancio di una nuova campagna di prodotti. Roba all’avanguardia: avrebbero sbaragliato la concorrenza e lanciato sul mercato innovazioni senza precedenti, nuove apparecchiature informatiche, giochetti da far impallidire l’I.A.

Nel preziosissimo zaino griffato, di morbido cuoio, regalo del capo all’ultimo Natale, c’erano supporti informatici con l’iconografia completa delle nuove magìe. Ripeteva ancora in mente il discorso di presentazione: era pronto, era un Dio, lo aspettavano guadagni e carriera, non vedeva l’ora. Era gasatissimo.

Arrivò sgommando, parcheggiò con una manovra unica di cui si autocongratulò e si catapultò nel cortile con il preziosissimo carico: lo zaino portato fra le braccia, stretto sul cuore, come un vero tesoro. A passo svelto si avviava a salire, ma gli venne in mente un soffio, un sussurro, qualcosa che sua moglie gli aveva rammentato prima di uscire, a gran voce, ma che ora nel ricordo sembrava un bisbiglìo sommesso.

“La bambina al nido, entro le 9,00, mi raccomando!”

“LA BAMBINA?”

© Silvana Maroni




mercoledì 4 dicembre 2024

ALFREDO

 La storia che mi accingo a raccontare non è propriamente autobiografica anche se mi riguarda intimamente e per il famoso “effetto farfalla” riguarda tante persone che mi circondano. Ai protagonisti non è stata data l’opportunità di scegliere o di ritornare sulle proprie scelte, di stabilire cosa fosse giusto o ingiusto. In questo caso parlerei di caso o destino, qualcosa di ineluttabile da cui dipende la vita di ognuno di noi.

........

  Si chiamava Alfredo ed era napoletano verace, anche se nato in provincia di Salerno, in un paesino al confine con l’Irpinia, secondo di tre fratelli. Abitava a Napoli da sempre, in uno dei vicoli che dalla zona del centro si arrampicano verso il corso Vittorio Emanuele. Una zona di confine, in una città dove i confini sono sempre stati ovunque.

  Di lui oggi conservo tante foto in bianco e nero, una lettera, alcuni cimeli. Tra le fotografie, contenute in una vecchia scatola di latta, ce n’è una che lo ritrae da bambino nel cortile della scuola De Amicis , all’interno di una scolaresca variegata in cui si distingueva, senza grembiulino, per il suo sguardo da adulto, di sfida ma anche tenero e dolce. Probabilmente era stato uno scugnizzo, uno dei tanti. Un ragazzino che viveva in strada giocando a pallone e facendo a botte.

Il maestro nella foto ha uno sguardo un po’ truce, freddo, anche per gli occhi molto chiari, ma pareva non fargli alcuna paura. Eppure era molto severo e soleva educare i bambini a suon di bacchettate.

   In un’altra foto infantile era in villa comunale con il fratelli: Vittorio, di poco più grande e Angelo, in un passeggino, piccoletto, dai riccioli biondi.

....

  Era una delle solite giornate torride in Libia. Calore, sabbia e polvere da sparo: un miscuglio che gli ottundeva i polmoni da giorni. Insieme alla paura, che era diventata una compagna inseparabile da mesi ormai. Ne aveva viste di tutte, orrori derubricati a normalità, a stato delle cose.

  Era nel mezzo di una guerra, e come tale orribile, sporca, ingiusta e cattiva. Alfredo lo sapeva bene, non aveva granchè studiato ma il cervello lo sapeva far funzionare. Molto bene. Per questo, il suo innato senso pratico concluse che era importante sopravvivere, poi il peggio sarebbe passato e avrebbe realizzato tutti i suoi propositi.

  Era un bel ragazzo, tutti gli dicevano che somigliasse ad un famoso divo di Hollywood, Glenn Ford; le donne non gli mancavano ma lui ne aveva una soltanto nel cuore: la sua Maria, a cui scriveva lettere d’amore ovunque si trovasse in quegli anni disgraziati che suo malgrado lo avevano portato a girare il mondo. Povertà, solitudine, paure, venivano tutte cancellate dal ricordo di due occhi nerissimi, delle labbra rosse e i capelli corvini di una ragazza semplice, nata a  Mergellina, oltre quel mare che ora percepiva come nemico, come barriera che gli bloccava sogni e desideri.

  Quel giorno si parlava di grandi novità: lo sbarco degli alleati, l’8 settembre, la rivolta della sua Napoli;  la confusione era davvero tanta. Gli alleati diventavano nemici e quelli che erano dall’altra parte, nemici giurati fino al giorno prima, improvvisamente alleati. Ma le notizie erano confuse. Alfredo capì soltanto che sarebbe tornato presto a casa e la cosa lo rendeva euforico. Ripensò ai pericoli scampati, a quante volte era stato sul punto di perdere le speranze. Ora pareva che davvero qualcosa si stesse smuovendo.

  Non gli erano mai stati simpatici i vecchi alleati, i tedeschi,  ed anche per gli inglesi non nutriva una spiccata simpatia. Lo intenerivano le vittime, gli abitanti di quelle terre oltre il mare ricchissime di risorse, che gli uni e gli altri si proponevano di spremere all’osso. Così sarebbe stato Alfredo, per tutta la vita: sempre dalla parte dei più deboli, sempre a difendere chi vedeva calpestati i diritti elementari. La guerra lo prendeva di striscio, non odiava nessuno e cercava di usare le armi il meno possibile.

 Si beccò un paio di pallottole comunque e lo ricoverarono per qualche mese, sottraendolo a più cruente esperienze che lo avrebbero privato di alcuni commilitoni, amici più che altro.

  Fu ferito mentre trasportavano viveri su una camionetta attraverso il deserto. Fu un agguato che falciò letteralmente una fila di soldati seduti da un lato e che fecero scudo, coi loro corpi, alla fila di fronte dove sedeva Alfredo. Un puro caso. Se li vide morire addosso quei compagni e tante volte negli anni raccontò di quell’esperienza, che arricchiva ogni volta di dettagli, particolari, descrizioni minuziose. Tra i caduti Aldo,un barbiere di Bergamo, fissato con il biliardo e Salvatore di Roma, accanito scommetitore di cavalli. Li faceva rivivere quei personaggi nei suoi racconti, come se le loro immagini si fossero stampate come fotogrammi fissi nel suo cervello.

E poi c’era il deserto, il caldo, l’arsura.

 Conservo foto anche di quel periodo: in una era in gruppo, con una dozzina di compagni, immortalati in un ospedale da campo, alcuni pieni di fasciature ma tutti con un bicchiere in alto a brindare agli eventi del momento ed a ciò che sarebbe stato una volta ritornati in Italia.

  Federico, un amico e compagno di quei giorni era l’unico interlocutore con cui riusciva a discutere, a parlare del futuro senza farsi condizionare da un presente non certo roseo. Entrambi avevano una visione nel complesso ottimistica, entrambi amavano una donna che avrebbero voluto come compagna di vita, con cui procreare, per avere figli e nipoti a cui raccontare quelle avventure. Alfredo ne avrebbe avuto occasione, Federico no, perchè il caso, o il destino, non guarda in faccia a nessuno e decide da solo, indipendentemente dalle aspettative e dalle speranze.

Intanto era arrivato il giorno fatidico.

Si partiva, si tornava a casa, l’entusiasmo era alle stelle, le ferite neanche bruciavano più, si erano cicatrizzate all’istante. Nell’aeroporto militare partivano a ripetizione i velivoli che avrebbero ricondotto i soldati in Italia. L’organizzazione era approssimativa, non si contavano i posti disponibili, gli aerei venivano riempiti finchè restava spazio. Era un fuggi fuggi, un arrembaggio, ma tutti erano felici. La guerra era agli sgoccioli.

Poi ci sarebbe stato il “dopo” pieno di progetti ma anche di incognite.

Un dopo che sarebbe stato lungo e faticoso. Alfredo avrebbe ripreso gli studi di geometra , si sarebbe diplomato e lo avrebbero assunto in un’azienda dove sarebbe rimasto fino alla pensione. Avrebbe sposato, dopo un po’ di anni la sua Maria e avuto una figlia.

-Alfredo fai presto, sbrigati, l’aereo è quasi pieno!

 Urlava Federico in quella mattina assolata.

  Alfredo nel fervore delle ultime cose si era attardato. Aveva una serie di bagagli, cimeli, ricordi, tra cui un grande tappeto che avrebbe campeggiato per anni e anni come arazzo sul muro del salotto di sua madre Modesta, monili che le donne del luogo gli regalavano in cambio di cibo. Molti regali per Maria, come di ritorno da una vacanza. Ma lui era così e quei giorni terribili e drammatici li avrebbe ricordati per la vita intera e non solo in negativo.

 Aveva conosciuto realtà che ignorava, realtà dolorose, terribili e aveva cercato nel suo piccolo di portare aiuto a qualcuno che ne avesse bisogno.

Così quella mattina attardandosi perse l’aereo e potè salutare l’amico Federico solo da lontano, ripromettendosi di andarlo a trovare, nel paesino in provincia di Avellino dove abitava, e di cui aveva conservato con cura l’indirizzo.

Salì sull’aereo successivo e arrivò a destinazione, nella sua Napoli.

Quell’aereo partito poco prima del suo cadde, fu abbattuto dalla contraerea tedesca e morirono tutti i passeggeri.

Giorni dopo ci andò lo stesso nel paesino di Federico, a salutare la madre e a portarle le condoglianze. Si trattenne a raccontare le loro vicende, storie di guerra e di amicizia. Piansero entrambi.

Una storia come tante, che Alfredo raccontò tantissime volte, ogni volta in modo diverso, con qualche particolare in più che gli riaffiorava alla mente, qualche volta sorridendo, più spesso con una nota di commozione sul volto e nella voce.

.....

Alfredo era mio padre. E se quel giorno non avesse ritardato e perso l’aereo io non sarei qui. Non ci sarei neache se su quella camionetta avessero sparato ai soldati della fila opposta. Non ci sarebbero i miei figli, nè mio nipote. Non so dove nè cosa sarei, dove sarebbero i miei atomi, la mia coscienza. Forse per l’economia generale dell’universo non sarebbe cambiato nulla, per me e per le persone che mi sono care, sarebbe cambiato tutto.

Sono domande che mi faccio spesso ma non trovo risposta , perchè non c’è risposta: la cosa mi inquieta, non poco.

Nella vita abbiamo tante possibilità di scegliere per decidere il nostro destino, alcune volte facciamo scelte palesemente sbagliate, altre scegliamo senza neanche rendercene conto.

 Mio padre non scelse, fu il destino a scegliere per lui, e per me. Quel che è certo è che, se le cose fossero andate diversamente, non avrei avuto una seconda occasione per venire al mondo.

© Silvana Maroni